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Smarrito il dibattito (di Marco Emanuele)

Scrive Emanuele Severino (Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo, Rizzoli 2017, pag. 85): “Se la dimensione economica – la più potente delle forze che si servono della tecno-scienza – domina ormai la politica e le strutture statuali (si pensi al peso che grava su di esse in forza della globalizzazione capitalistica), ora è la stessa economia che sta per essere oltrepassata dalla tecnica. Non nel senso che non esisterà più economia, ma nel senso che, mentre per il capitalismo la tecnica serve per incrementare il capitale, si sta andando verso un tempo in cui il capitale servirà per incrementare la potenza tecnica.”.

Queste parole di Severino mi fanno riflettere su come, troppo spesso, il nostro dibattito sulla globalizzazione e sul capitalismo sia un dibattito di retroguardia. Invece di cercare di capire i “passaggi dominanti” nel mondo-che-è. e come la nostra responsabilità possa/debba incidere sulla loro evoluzione, ci riduciamo a combatterci nei nostri “antagonismi primitivi” tra capitalismo produttivo e capitalismo finanziario e così via. Insomma, come spesso ci capita, continuiamo a fissare il dito e trascuriamo la Luna. Sia chiaro, tutte le analisi che si fanno sulle trasformazioni del capitalismo hanno un loro senso; ma oggi il nostro problema è di uscire dalla logica delle analisi per entrare nella “strategia delle sintesi”. Ciò che conta è la comprensione, e la com-prensione in noi, dei “segni dei tempi”, delle dinamiche che, davvero, stanno segnando il nostro tempo storico. Se vogliamo vivere da attori, e non solo da spettatori, la scoperta del divenire che è già in noi (dunque la nostra ri-scoperta), la nostra prima responsabilità è culturale e politica; abbiamo bisogno di ri-appropriarci di ciò-che-siamo in ciò-che-diventiamo, al contempo ri-tornando a farci le domande fondamentali sulla nostra condizione umana, sui “segni dei tempi”, sulla convivenza e ri.cominciando a problematizzare quelle certezze consolidate, quei “dogmatismi storici” che rappresentano davvero la nostra possibile tragedia imminente.

 

Cosa è destino ? (di Marco Emanuele)

Proseguo nella lettura di Emanuele Severino (Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo, Rizzoli 2017, pag. 84) e noto questa affermazione: “Non si tratta di consigliare al mondo dove debba andare ma (…) di osservare dove è destinato ad andare. E’ patetico voler dire ai popoli quello che devono fare: si tratta invece di capire che cosa sono destinati a volere e a fare.”

Qui vorrei discutere questa idea di destino. Se nulla è per sempre e tutto è intimamente cambiamento e in cambiamento, il destino è anche quello che ciascuno di noi si costruisce ogni giorno. Perché, nel confronto tra “dominanti”, c’è la vita incerta (che non è sinonimo di insicura o precaria) che “si fa” attraverso l’esercizio, troppo spesso dimenticato, della nostra responsabilità storica di persone umane-cittadini. Che la tecnica sia destinata a dominare è un tema (e Severino lo argomenta molto bene) ma sul fatto che il nostro destino sia segnato (non dico che Severino dica questo) non sono d’accordo; se tutto è cambiamento, anche il dominante “in carica” o il dominante “possibile” vanno problematizzati, il più possibile messi al servizio di un qualcosa di più grande che non si può più chiamare “bene comune”, “comunità internazionale”, o altre espressioni ormai consumate, ma che è la ri-creazione storica del “mistero dell’umano”.

La tecnica che ritrova la sua potenza, così come ogni altro possibile “dominante” che si ritrova potente, va ripensata nei termini di una “potenza mediata”, cioè di una potenza che viene problematizzata attraverso l’esercizio della responsabilità storica di ciascuno di noi; non si tratta di porre limiti dogmatici (di Verità) ma di ri-abituarci tutti al puzzle della realtà che, in quanto realtà, è un work in progress. Attenzione, dunque, a non sostituire verità dogmatiche e trascendenti con “dogmatismi storici”, altrettanto irreali e pericolosi.

 

Il passaggio dal giudizio morale al giudizio storico (di Marco Emanuele)

Ancora siamo legati, nel terzo millennio della condizione umana, all’abitudine del giudizio morale. Contrastiamo, in termini dogmatici (di acquisizione certa di una qualsivoglia presunta Verità da imporre) ciò che non ci piace, ponendo un senso del limite pressoché trascendente (c’è una Verità che ci limita, presunta in sé ma non per noi) a misura del Male; e non sto parlando, naturalmente, del male oggettivo, quello che tutti riconosciamo come tale, quel “minimo comune denominatore” di civiltà che ci rende umani o, se si vuole, che ci aiuta a non renderci disumani.

O contrastiamo in termini dogmatici o assolutizziamo nei medesimi termini. Proprio cadendo nella trappole del pensiero antagonista (e lineare e causale), lavoriamo a rendere ogni antagonismo naturalmente presente nella realtà un principio ordinatore, trascurando il fatto che la potenza è l’unica “misura” possibile e che ogni fenomeno umano è destinato a dominare se ritrova la consapevolezza della sua potenza (capovolgendo la logica servo-padrone di hegeliana memoria) e, altrettanto, è destinato a perire se non la ritrova (rafforzando la logica servo-padrone). Emanuele Severino (Il tramonto della politica. Considerazioni sul futuro del mondo, Rizzoli 2017, pag. 81), riferendosi alla tecnica, scrive che essa ha “come scopo fondamentale l’incremento indefinito della potenza, ossia della capacità di realizzare scopi”.

In una realtà che è naturalmente complessa, incerta, transitoria, a cosa servono i giudizi morali ?; io credo solamente a rafforzarci nella nostra convinzione malata di essere nel “giusto”, laddove, invece, ciò è “giusto” e ciò che è “sbagliato” vengono definiti (mai per sempre) dai fatti nel ritrovare o meno (ciascuno di noi e ogni fenomeno umano) la consapevolezza della potenza della propria potenza. Vale la pena, allora, passare dal giudizio morale al giudizio storico, calandoci nelle complessità dei processi umani e scoprendo i passaggi tra chi/ciò che domina e chi/ciò che è dominato. Ciò che abbiamo smarrito, noi “primitivi sviluppati” del terzo millennio, è il talento del “guardare dentro” ciò che accade per “guardare oltre”.

 

 

Some schools much better than others at closing achievement gaps between their advantaged and disadvantaged students by David Figlio and Krzysztof Karbownik, Brookings

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