Jus migrandi (Scuola di realtà, Marco Emanuele)

Scrive Donatella Di Cesare in Stranieri residenti (Bollati Boringhieri 2017, pag. 93): “lo jus migrandi, il diritto di migrare, non sia per nulla ovvio e, nei secoli, abbia suscitato aspri conflitti. Ancora oggi è riconosciuto solo in parte, come diritto di emigrare, di uscire dal territorio di uno Stato, ma non come diritto di immigrare, di entrare nei confini di un altro. Se il primo è oramai universale, benché fino a qualche decennio fa fosse negato, il secondo dipende ancora dalla sovranità degli Stati, a quanto pare molto restii a concederlo. In tal senso lo jus migrandi rappresenta una delle grandi sfide del XXI secolo”.

Certo lo jus migrandi è una grande sfida ma esso deve fare i conti con il ri-pensamento radicale del concetto di sovranità. Mentre, da un lato, si amplia la retorica del mondo-uno-globalizzato, dall’altro lato le sovranità vivono una fase di radicalizzazione autoreferenziale. Lo Stato nazionale rappresenta un problema più che una risorsa; sono le sfide della globalizzazione a dircelo e il ri-pensamento di cui sopra è una grande partita culturale e politica, non più rinviabile.

 

Migrare è un atto politico (Scuola di realtà, Marco Emanuele)

Scrive Donatella Di Cesare in Stranieri residenti (Bollati Boringhieri 2017, pag. 92): “migrare non è un semplice movimento, ma rinvia a uno scambio complesso, quello del luogo, e si compie perciò nel paesaggio in cui si incontra lo straniero, dove si inaugura la prassi etico-politica dell’ospitalità. Non si dà migrare senza cambio, o meglio, scambio di luogo, senza l’altro, e senza quell’incontro che potrebbe, per via del luogo, precipitare in uno scontro. Migrare non è dunque solo un processo biologico. Migrazione non equivale a evoluzione. Non basta ricordare che gli umani – a partire da Homo sapiens – sono stati da sempre migranti, provenienti dal continente africano, per rivendicare una generica mobilità. L’assunto evoluzionistico manca del tutto il significato del migrare, perché astrae dalla storia, dall’altro e dalle complicazioni dell’incontro con l’altro. Migrare è un atto politico.”.

Per chi, come me, riflette sull’agire politico, l’attenzione al migrare è fondamentale per problematizzare alcuni concetti: neutralità (ogni incontro tra differenti umani comporta il rischio del trauma, da vivere) e superficialità – linearità (nulla è come sembra e, di conseguenza, la realtà-che-è ci chiede di calarci responsabilmente in essa; il pensiero lineare risulta del tutto inadeguato a cogliere la complessità delle sfide storiche che abbiamo di fronte).

 

Filtrare, scegliere, selezionare (Scuola di realtà, Marco Emanuele)

Donatella Di Cesare (Stranieri residenti, Bollati Boringhieri 2017, pag. 89) descrive “il dispositivo dell’immigrazione che, se da un lato attrae, dall’altro respinge – due versanti di una stessa strategica politica volta a neutralizzare e sfruttare i flussi migratori. Gli accordi che favoriscono la “domanda di manodopera straniera” possono così coniugarsi con le misure repressive dirette alla “lotta contro l’immigrazione clandestina”. L’inclusione è allo stesso tempo esclusione. E il migrante è sempre wanted but not welcome, voluto ma non benvenuto – richiesto come lavoratore, ma indesiderato come straniero. Senza assumersi alcuna responsabilità per la vita delle persone, la politica migratoria filtra, sceglie, seleziona.” .

La vita è “altro” dalle cosiddette scelte politiche che non hanno visione storica. L’immigrazione è una prospettiva importante per comprendere la crisi de-generativa del pensiero politico e, in essa, la dogmatizzazione del fare politico e l’assenza dell’agire. Quando, come dice la Di Cesare, “la politica migratoria filtra, sceglie, seleziona”, ciò significa che la politica è arrivata al suo minimo, che è in fase de-generativa. Filtrare, scegliere, selezionare, per chi vuole leggere la realtà-che-è, sono verbi che, riferiti all’umano, richiamano la tragicità delle esperienze totalitarie.

 

La complessità dell’immigrazione (Scuola di realtà, Marco Emanuele)

Donatella Di Cesare, nel suo Stranieri residenti (Bollati Boringhieri 2017, pag. 89), “non giustifica una lettura economicistica dell’immigrazione che mira a trasformare i cittadini-lavoratori in utili risorse umane. Ogni lettura riduttiva è destinata a scontrarsi con la complessità del fenomeno”. E’ molto facile, pur di non guardare dentro a un fenomeno epocale come quello dell’immigrazione, stare in superficie e cogliere soltanto gli aspetti strumentali; va da sé che l’andare oltre, nel profondo, significa ri-mettere in gioco (ri-pensare, ri-discutere, ri-progettare) un pensiero politico non adeguato ai tempi e, naturalmente, l’impianto di sistemi democratici della cui democraticità siamo portati sempre di più a dubitare.

 

New war, new peace (by Marco Emanuele)

In the context of the “metamorphosis of the world”, something deeper than the simplistic “change”, it is important to reflect on what the words “war” and “peace” mean in today’s world.

The theme is complex, in the sense that there are so many dynamics that we must consider when we talk about war and peace; in the globalized world nothing is more just “national” but everything becomes “planetary”. The world is driven by the so-called “geopolitical butterflies”; there are no “closed systems” but everything is interrelated.

The theme is complex because the solutions we adopt to “make war” or to “make peace” are still tied to a twentieth-century thought; in the time of unpredictability, immateriality and asymmetry also our thinking has to change. Connected to a linear and causal thought, we risk not to understand what is happening and to design solutions for a world that no longer exists; are we culturally prepared to face a “cyber war” through which, for example, can the outcome of political elections be conditioned?

War is no longer the war we knew as well as peace can no longer be imagined in the ways we knew it. Today, war and peace go through, at the same time, the “information society” and the dynamics of economic development, climate change and, of course, geostrategic choices.

Nothing is more like before. By accepting the “metamorphosis of the world” we can only work to rethink the essence of war and peace.

 

The horizon of transdisciplinarity (by Marco Emanuele)

In the “metamorphosis” of the world, where do knowledges “live”? To live is here understood in the sense of “re-generate”, of “re-create”. Particular knowledges can only “survive” if they live their borders continually.

It is no longer enough to limit to a generic encounter between knowledges. In fact, we have to re-think “new beginnings” of human history on the planet, starting from the facts of reality. A “School of Reality” is not limited to analyze what is happening but its mission is “to look deep in order to find the beyond”; this is, for me, the mission of knowledge.

To put the “world” and “humanity” at the center of our concerns means, first of all, to try to understand them; in the present moment, nothing is more “knowable” than in the deep interrelation of all the dynamics that travel around the world and into the evolving worlds.

Knowledge can only be transdisciplinary. No historical phenomenon is “disciplinary”; our responsibility as “historical subjects” calls us to free ourselves from the certainties of our “thought”.

 

Understanding the “metamorphosis” of the world (by Marco Emanuele)

My critical research moves from Ulrich Beck’s intuition of a “mrtamorphosis” of the world. Pope Francis likewise speaks of “change of era”. We are experiencing a historic moment at the same time dramatic and challenging; nothing is and will be more like before. We must understand that the word “change” is not adequate to describe what is happening inside and around us. We still use “paradigms” that have been erased from reality; we continue to think that the world can be thought through “our” visions, whatever culture they belong to, all insufficient to describe and seek to govern the increasing unpredictability, intangibility and  asymmetry of historical processes.

The world’s metamorphosis is risky, first of all because it puts in question, problematizes, our consolidated certaintes. As Luciano Floridi notes in his book “The Fourth Revolution”, several countries in the world already experience what he calls the “age of the hyper history”.

My impression is that we need to work on a complex reflection of our thinking; we need “reality schools” that allow us, at the same time, to return in what we live (because today humanity seems detached from its own reality) and to politically act in the reality-that-is in a pertinent way.

Ulrich Beck writes in his latest book “The Metamorphosis of the World” that we have “the imperative to think “world” and “humanity” as the two fixed stars around which the nations are turning” (my translation). If this is true, as I believe, to understand the “metamorphosis” in which we are immersed we need a complex, profound, critical and not just linear and causal thought.

 

L’ambigua ascesa delle città-Stato (Franco Farinelli, la Lettura Corriere della Sera)

Mentre i centri abitati dell’età di mezzo meritano una riconsiderazione attenta, il politologo Parag Khanna scommette su tecnocrazia e meritocrazia per superare una democrazia inefficiente. Vedi Singapore. Eppure non tutto quadra. 

Parag Khanna, politologo indiano di successo che si autodefinisce leading global strategist, torna alla carica. E lo fa con un pamphlet che nell’edizione originale è intitolato “Technocracy in America”, ma che da noi assume un’altra e più generale etichetta (La rinascita delle città-Stato, Fazi), appunto in omaggio al presunto valore globale dell’analisi ad esso affidata. Diciamolo subito: l’unico autentico sostegno di quest’ultima consiste nell’attuale sfascio del funzionamento del mondo, a partire dai guasti del sistema democratico. Al riguardo la diagnosi di Khanna non persona. Oggi la politica, scrive, non ha più l’orizzonte della persuasione, ridotta com’è a una pratica di scambio tra interessi particolari. L’America è un’oligarchia, governata da un’élite avida e corrotta, e non una democrazia, bensì da quella che Lawrence Lessing chiama “finanzocrazia”. La rete sotterranea che unisce i professionisti della finanza e dell’industria militare che operano a Washington è diventata (l’espressione è di Mike Lofgren, un veterano dell’analisi parlamentare) “l’istituzione più complessa che il mondo abbia mai visto”, capace di manipolare i legislatori e anche di superarli in termini di influenza e libertà d’azione. E tale deep State, questo Stato ancora più profondo dello Stato stesso perché sotterraneo, potrebbe addirittura non solo perdere ogni interesse per il Congresso ma scavalcandolo completamente. Insomma, la democrazia rappresentativa è diventata, almeno negli Stati Uniti, una forma di gioco al ribasso in cui governare è meno importante che impedire all’avversario di parte. Francis Fukuyama si è chiesto se il sistema americano non abbia bisogno di uno “shock all’ordine politico” per sottrarsi all’attuale spirale discendente e tornare a concentrarsi sulle prestazioni anziché appunto sulla politica. Per Khanna l’elezione di Donald Trump può rappresentare proprio uno shock di questo tipo, e il simultaneo controllo repubblicano di Casa Bianca, Camera e Senato potrebbe preludere a una tirannia cui nessun meccanismo di pesi e contrappesi sarebbe in grado di porre rimedio. D’altronde non aveva già Platone individuato nella democrazia la penultima fase della degenerazione dei regimi politici, anticamera della finale tirannia ? Così per Khanna non vi sono dubbi: alla democrazia va sostituita la tecnocrazia diretta orientata dai dati digitali, che è in grado di cogliere dinamicamente i desideri dei cittadini, annullando nello stesso tempo la distorsione indotta dalla rappresentanza degli eletti, e il corto circuito tra interessi particolari e corruzione dei mediatori. E’ questa la “devoluzione” che compare nel sottotitolo dell’edizione italiana, termine che fino a qualche tempo fa indicava il trasferimento della potestà territoriale da un soggetto a un altro, e che qui vale invece a indicare, al tempo della smaterializzazione dei processi, il passaggio dal regime democratico alla forma più tecnologica e assoluta di governo, vale a dire alla fine delle elezioni politiche. Per proteggere la città dalla degenerazione Platone suggeriva di combinare la democrazia con l’aristocrazia, invocava un comitato di di Guardiani animati da spirito pubblico. I Guardiani della nostra epoca, anzi della prossima, dovrebbero essere appunto i tecnocrati, nel senso che la “vera tecnocrazia ha la virtù di essere sia utilitarista (nel senso di cercare inclusivamente il massimo vantaggio per la società) che meritocratico (dotata di leader molto qualificati e non corrotti)”. (…)

 

La rivolta delle piccole patrie ricche (Maurizio Ferrera, la Lettura Corriere della Sera)

Referendum consultivo sull’autonomia in Lombardia e Veneto (22 ottobre). Possibile referendum in Catalogna per un’eventuale secessione dalla Spagna. Nuova consultazione sull’indipendenza della Scozia collegata alla Brexit. Persino in Belgio la scissione completa tra Fiandre e Vallonia si sta affacciando in modo esplicito nel dibattito politico. Il rischio di disgregazione non riguarda più soltanto l’Unione Europea, ma sembra minacciare anche gli Stato nazionali. Un salto all’indietro di qualche secolo ? Un ritorno allo spezzatino territoriale che emerse con il declino del Sacro Romano Impero ? Qualcuno ci crede veramente. Nell’Unione Europea sono oggi attive quasi cinquanta formazioni autonomiste o separatiste. Fanno tutte parte dell’Alleanza per la Libertà, i cui rappresentanti siedono nel Parlamento dell’Ue. Sul sito dell’Alleanza compare una mappa che ridisegna il continente secondo le aspirazioni dei suoi membri. Resuscitano alcuni Stati un tempo indipendenti: non solo Scozia e Catalogna, ma anche Baviera e Savoia. Riemergono conflitti carichi di valore simbolico, come quelli dei regni moreschi musulmani nel Sud della Spagna. Compaiono poi varie piccole regioni che un tempo possedevano una qualche identità territoriale, poi disciolta nei più ampi calderoni nazionali: Bretagna, Cornovaglia, Frisia, Moravia, Alsazia. Nel suo complesso, si tratta di una topografia che ricalca in misura sorprendente le mappe del XIV secolo, prima che prendesse avvio il processo di formazione degli Stati nazionali. Molti movimenti indipendentisti rappresentano sparute minoranze, mosse da utopiche nostalgie per passati che non possono tornare e spesso da valori e obiettivi dichiaratamente xenofobi. I partiti più forti e importanti riflettono la presenza di differenze linguistiche o religiose all’interno dei loro Paesi. Le formazioni più attive, sia a livello europeo sia nazionale, sono però quelle insediate in territori ricchi. Qui, alle motivazioni teoriche, politiche o culturali si aggiunge la convenienza economica. Per queste ragioni, diventare autonome significherebbe sottrarsi all’obbligo di contribuire al bilancio nazionale e di redistribuire una parte del proprio gettito verso le aree più povere. E’ quanto affermano in modo esplicito i partiti autonomisti di Catalogna, Fiandre, Lombardia, Veneto. Ma il tema della redistribuzione territoriale delle risorse è diventato sempre più controverso anche in Germania, Austria e persino nei Paesi nordici (dove pure non ci sono partiti indipendentisti). (…)

Voltaire, storia universale della menzogna (Armando Massarenti, Domenica Il Sole 24 Ore)

Voltaire, Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni (Einaudi, I Millenni)

(…) Voltaire può essere oggi, sia detto per inciso, un utile toccasana per tentazioni alla Fukuyama di dichiarare improbabili fini della storia. Voltaire intendeva, più modestamente, mettere al servizio della storia umana, oltre alle proprie straordinarie doti letterarie, una filosofia capace di smascherare, attraverso la ragione e lo spirito critico, le infinite assurdità che erano contenute nelle ricostruzioni correnti, le quali non si preoccupavano di distinguere i fatti (più o meno probabili) dai pregiudizi, la superstizione, le dicerie, le favole irrazionali, i veri e propri imbrogli del potere religioso e politico. La ragione è anche riconosciuta come un sia pur fragile fattore di progresso, che si manifesta a sprazzi in una umanità in cui prevale l’opinione fallace e incontrollata. La religione, d’altro canto, di cui Voltaire riconosce nelle culture più diverse una base morale universale, si manifesta però in varie forme di fanatismo, di violenza e di oscurantismo. (…)