Nel tempo del pluri-versum (Francesca Giovannetti)

“Non vi maravigliate che non si sappino le cose delle età passate[…] perché se considerate bene, non s’ha vera notizia delle presenti. E spesso tra il palazzo e la piazza è una nebbia sì folta e un muro sì grosso che, non penetrandovi l’occhio degli uomini, tanto sa il popolo di quello che fa chi governa e della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India.

Guicciardini, “Ricordi”(1576)

 

Il 1990 è un anno generalmente considerato significativo da un punto di vista storico, una sorta di turning point, di spartiacque, di cesura tra un periodo noto come “guerra fredda” e gli anni attuali.

Facendo riferimento alla storia d’Europa questa visione ha indubbiamente elementi di concretezza se si analizza l’impatto che la caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto nello scacchiere geopolitico internazionale.

Gli anni della guerra fredda avevano rappresentato una sorta di tappeto virtuale sotto il quale, per oltre quarant’anni, si erano nascosti conflitti e tensioni inevitabilmente riemerse alla sua conclusione. Si trattava di un mondo fintamente pacificato nel quale lo schema bipolare semplificava solo la complessità degli eventi. Un ordine globale, per definirlo in termini Kissingeriani, un ordine che veniva improvvisamente meno.

L’impostazione dello Stato-nazione Vestafaliano che aveva i suoi cardini nel principio di inviolabilità dei confini e di sovranità dello Stato, e che era stato alla base della nascita degli stati europei, cominciava a manifestare i suoi limiti.

Uno Stato trasformato in un fatto procedurale, lontano da qualsiasi contesto valoriale. Regole per così dire universali, calate meccanicamente in ambiti culturali differenti, spesso non in grado di recepirle e farle proprie.

Un sistema che a conti fatti era stato incapace di dare una prospettiva a quell’ordine.

Ma oggi è ancora possibile parlare di ordine globale?

Quello che stiamo vivendo potrebbe esser definito come il tempo dell’incertezza, un’incertezza divenuta parte integrante del nostro quotidiano, che si insinua in un mondo senza un centro, apolare, in cui il potere si è disseminato.

La geopolitica classica ci ha abituato a classificare, a ordinare, a dare una spiegazione lineare ai fenomeni. La geopolitica moderna invece ha problematizzato, destrutturato, generato dubbi e incertezze.

Dominique Moisi, pur riconoscendo l’importanza di fare riferimento agli autori geopolitici classici, sottolinea con forza l’impossibilità di utilizzare categorie definitorie standardizzate che risultano essere non più attuali. “L’essere umano è una zattera di certezza su un oceano di incertezze”.

Il processo della conoscenza contempla un rinascere della realtà che evolve.

Conoscendo superiamo vecchie ignoranze ma ne creiamo di nuove. E’ un processo non razionalizzabile. Ma è la base del pensiero critico.

Sono parole di Edgar Morin, “vivo sempre di più con la coscienza e il sentimento della presenza dell’ignoto nel conosciuto, dell’enigma nel banale, del mistero in tutte le cose, e in modo particolare dell’aumento del mistero in ogni aumento della conoscenza”.

Solo qualche decennio fa l’ipotesi di ordine e di relazione tra gli stati doveva fare i conti con dinamiche molto meno complesse, l’azione politica internazionale passava infatti attraverso i segreti delle cancellerie e di una attenta diplomazia. Oggi i players globali che inter-agiscono sullo scacchiere geopolitico internazionale sono molti di più; hanno un ruolo importantissimo le multinazionali, le ONG, l’opinione pubblica attraverso l’uso dei social network, le Chiese ed anche le organizzazioni terroristiche.

Organizzazioni che spesso rivendicano motivazioni e spinte religiose ma che invece sono mosse da interessi concreti, come il controllo del territorio, del traffico di armi e di risorse.

Rosario Aitala nel suo ultimo saggio ”Il metodo della paura” esordisce sostenendo che il terrorismo islamico non esiste. Niente di più appropriato. Si tratta infatti di radicalismi che si islamizzano, che usano la retorica degli slogan fornendo un lettura storpiata e grottesca della religione e ciò che perseguono non è astratta spiritualità ma potere concreto e interessi materiali.

Il metodo della paura, peraltro, ha sempre avuto un ruolo di primo piano in geopolitica. Del terrorismo si sono serviti e si servono in primo luogo gli Stati, sia direttamente sia indirettamente, strumentalmente ai propri interessi, finalizzati a un controllo politico, sociale ed economico.

Sfida è il termine utilizzato da Antonio Spadaro in riferimento al sentimento di Papa Francesco nell’applicazione della cosiddetta geopolitica della misericordia. Il tentativo ambizioso ma non impossibile di smontare la fascinazione verso la narrativa del terrore, che mescola pericolosamente lo scontro umano, terreno e storico con quello trascendente tra Bene e Male.

Il metodo della paura è stato in grado di amplificare i propri effetti attraverso l’uso della tecnologia, capace di dilatare le azioni umane facendo assumere loro dimensioni globali.

Inquietante per Mauro Ceruti il salto tra l’intento apparentemente limitato degli interventi tecnologici sull’uomo e le conseguenze imprevedibili che essi possono determinare.

E come impatta l’invasione tecnologica sull’ordine globale?

La rapidità e la portata della comunicazione abbatteranno le barriere tra società ed individui o accadrà il contrario? Uno scenario sconfortante nel quale l’umanità tra trasparenza diffusa in rete e assenza di dimensione privata, si proietterà in un mondo senza limiti né ordine destinata a procedere sbandando in mezzo alle crisi senza comprenderle.

Non è più possibile leggere il mondo da un unico punto di vista.

I fenomeni sono troppo complessi per essere classificati e l’approccio  all’indagine critica  non può più essere quello rinascimentale che tendeva a strutturare una visione oggettiva, staccata dal contesto, esterna, per poterla dominare.

Una sapiente chiave di lettura alternativa ci viene fornita da Raimon Panikkar, grande studioso e filosofo, innovatore del pensiero, un Pico della Mirandola del Novecento, non sufficientemente apprezzato e conosciuto dai pensatori ed intellettuali contemporanei.

Il termine pluriversalismo non compare nei suoi testi pubblicati ma, senza alcun dubbio,  quella di Panikkar è una vera e propria denuncia verso quello che oggi verrebbe definito il pensiero unico, un pensiero con un unico verso, pronunciandosi invece a favore di un pluri-versum specchio di un mondo plurale e pluralista.

“Ci si domanderà”, scrive, “se ciò che occorre sia l’universitas o non , piuttosto, una pluriversitas”.

Presa coscienza della coesistenza legittima  di sistemi di pensiero, di vita e di azione differenti, pluralismo non significa tolleranza dell’altro ma riconoscimento dell’esistenza di sistemi incompatibili tra loro. Sistemi che, usando una metafora geometrica, come il raggio e la circonferenza mantengono un rapporto di co-esistenza e co-implicazione.

Tra i primi teorizzatori e testimoni del dialogo interculturale Panikkar sostiene che il fine ultimo del pluralismo sia la promozione di una democrazia delle culture.

In un certo senso la sua stessa vita incarna il pluriversalismo; nato a Barcellona da madre spagnola e padre indiano, ha studiato e vissuto in nazioni differenti. A chi gli domandava se si sentisse più cattolico o indù rispondeva che si sentiva al 100% spagnolo e cattolico e al 100% indù e indiano. Possibile? Sì, secondo Panikkar, a condizione di vivere la religione come esperienza e non come ideologia.

Come ha suggerito di recente Dominique Janicaud, non esiste una cultura di tutte le culture, perché non esiste un insieme di tutti gli insiemi.

Una cultura si forma per assimilazione di rapporti esterni, e per differenziazione rispetto alle altre.

Parafrasando Roberto Esposito potremmo sostenere che si forma per negazione, un concetto a cui si  è affiancata una accezione di significato non corretta e negativa appunto, ma che invece risulta essere fondamentale per un agire affermativo.

La libertà è ciò che si sottrae alla necessità e alla legge, così come la proprietà rappresenta la dissoluzione del mondo dato in comune. O la Sovranità, che costituisce la negazione del conflitto potenziale.

E’ una necessità in primis logico-linguistica. Si antepone la negazione all’affermazione.

Per anni, anche in campo politico, si è cercato di addomesticare la negazione ma il negativo non è eliminabile.

Bisogna gestire realisticamente il negativo e attraversare la scissione senza negarla (Hegel).

Il negativo è infatti necessario al pensiero e al linguaggio. Ed è necessario anche per l’azione.

Negazione sta anche nella comprensione e nel riconoscimento del proprio limite, nell’acquisirne consapevolezza. Qualunque progresso interculturale non può che partire da qui.

Un progresso che deve necessariamente vestirsi di relatività, nozione che non va confusa con quella di relativismo, secondo cui un  principio, una cultura, un pensiero valga l’altro.

Relatività culturale significa evitare l’assolutizzazione di un pensiero, renderlo cioè valido e legittimo all’interno di una specifica cultura, rifiutando l’idea dell’esistenza di universali culturali.

L’interculturalità è problematica ma non rende impossibile l’esistenza di cosmo-visioni  e di valori che possano essere adottati e accettati anche da altri, partendo dal presupposto che il pluralismo non ammette un super-sistema o un punto di vista superiore.

In conclusione, la metamorfosi del mondo ci ha obbligato a riconsiderare l’approccio di analisi e di interpretazione dei fenomeni che emergono, consapevoli che le certezze ereditate si stanno velocemente sgretolando.

L’universo del possibile si rigenera ricorrentemente, in modo discontinuo e imprevedibile. (Ceruti)

La globalizzazione, nata secoli fa e giunta oggi alla sua quarta fase, ha sparigliato le carte non soltanto in campo economico e finanziario ma anche sociale, trasformando gli Stati Nazione in stati non più caratterizzati da popoli legati da una comune e omogenea entità culturale ma da cittadini spesso con lingue, abitudini, tradizioni e valori differenti. Stati che stanno imparando, non senza difficoltà, a cedere parte della loro Sovranità a enti sovranazionali, atteggiamento che mira al raggiungimento di una condizione di stabilità ed equilibrio, spesso solo apparente.

Affrontare l’emergenza delle dinamiche e delle sfide globali significa procedere lungo vie anche differenti, all’interno però di un medesimo contesto, abbandonando un’interpretazione uni-versum a favore di una, attuale e necessaria, pluri-versum, avendo bene  in mente che il pensiero, rispetto alla realtà, è sempre incompleto.

 

Parole al centro – Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale (Vittorio Emanuele Parsi)

(Titanic. Il naufragio dell’ordine liberale, il Mulino 2018)

Il paradosso è che, a dar manforte alle percezioni dell’uomo della strada, soccorre la letteratura specialistica che, sul tema della crisi e, forse, della fine dell’ordine internazionale liberale – cioè del mondo in cui noi occidentali siamo vissuti, sia pur tra alterne vicende, a partire dalla conclusione della seconda guerra mondiale, e nel quale abbiamo sospinto a vivere tutti gli altri dagli anni Novanta del secolo scorso – si interroga da oltre un decennio. Di questo dibattito, i mass media danno ben poca notizia, dominati da una narrazione per cui la minaccia è costituita soltanto dalle istanze protezioniste, dal sovranismo, dai risorgenti nazionalismi e dal populismo e non anche da un’ideologia neoliberale che ha sostituito il liberalismo correttamente inteso, da una teologia economica incapace di autocorreggersi, da democrazie sempre più insofferenti rispetto all’esistenza del popolo e da un capitalismo della rendita, oligopolistico e finanziarizzato, che non ha alcun senso definire ancora “libero mercato”. La verità è che la minaccia viene da entrambi gli estremi e che la democrazia e la libertà individuale, compresa quella di mercato, si trovano a combattere una guerra su due fronti. La situazione può ancora essere invertita, a condizione però di avere una rappresentazione della realtà che ci aiuti a comprenderne i tratti salienti, senza sconti e indulgenze ma, come sempre, ricorrendo al “pessimismo della ragione illuminato dall’ottimismo della volontà”, come insegnava Antonio Gramsci.

La tesi del libro è che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, l’ordine internazionale liberale sia stato progressivamente sostituito dall’ordine globale neoliberale e il vascello sul quale l’Occidente si era imbarcato dopo la fine della seconda guerra mondiale sia stato portato fuori rotta. Su questa rotta, diversa e molto più pericolosa, si staglia, minaccioso, un iceberg, le cui quattro facce sono tutte in grado di affondare il nostro Titanic. Si tratta della crisi della leadership americana e dell’emergere delle potenze autoritarie di Russia e Cina, della polverizzazione della minaccia legata al terrorismo jihadista, della deriva revisionista degli Stati Uniti di Donald Trump e dell’affaticamento delle democrazie schiacciate tra populismo e tecnocrazia. Sullo sfondo la crisi dell’Europa, che può ancora salvarsi e dare il suo contributo decisivo al ristabilimento della rotta originaria, se saprà riequilibrare al suo interno la dimensione della crescita e quella solidarietà, facendo della sorveglianza e difesa dei confini europei una responsabilità comune, e così fornendo un nuovo e più ampio respiro alla questione della gestione del fenomeno migratorio e della ripartizione dei suoi oneri, ritrovando la capacità di armonizzare le sovranità degli Stati membri nel rispetto del disegno della casa comune europea.

 

Parole al centro – Il ritorno della storia e la fine dei sogni (Robert Kagan) – II parte

(Il ritorno della storia e la fine dei sogni, Mondadori 2008)

Il ritorno del nazionalismo da grande potenza

Le speranze per l’alba di una nuova era della storia umana si fondavano su una singolare circostanza internazionale: la temporanea mancanza della tradizionale competizione fra grandi potenze. Per secoli la loro lotta per ottenere influenza, ricchezza, sicurezza, prestigio e onore era stata la causa prima di battaglie e conflitti. Durante la guerra fredda, per oltre quattro decenni lo scontro era rimasto circoscritto alle due grandi superpotenze: la rigida bipolarità dell’ordine mondiale frenava la normale tendenza a emergere di altri protagonisti.

(…) i realisti avevano una più precisa comprensione della immutabile natura degli esseri umani: il mondo stava vivendo non una trasformazione, ma solo un momento di pausa nell’eterna competizione fra popoli e nazioni.

Nel corso degli anni Novanta questa competizione è tornata in scena nel momento stesso in cui, una dopo l’altra, nuove potenze in ascesa sono entrate, oppure rientrate, nel campo di battaglia. Prima la Cina e poi l’India hanno vissuto un’esplosione eccezionale della crescita economica, accompagnata da un graduale ma sostanziale rafforzamento della loro capacità militare, tanto convenzionale quanto nucleare. Dall’inizio del XXI secolo il Giappone si è ormai avviato verso una graduale ripresa economica e ha assunto un ruolo internazionale più attivo sia sul piano  diplomatico sia su quello militare. Poi è stata la volta della Russia, che dal disastro economico in cui si trovava è passata a una costante crescita fondata sull’esportazione delle sue enormi riserve di petrolio e di gas naturale.

Oggi, una nuova configurazione di potere sta riplasmando l’ordine internazionale. Si tratta di un mondo formato da “una sola superpotenza e molte grandi potenze”, come hanno affermato i politologi cinesi ! Il nazionalismo e la stessa idea di nazione, ben lungi dal venire indeboliti dalla globalizzazione, sono tornati alla ribalta più vigorosi che mai. I nazionalismi etnici continuano a ribollire nei Balcani e nelle ex repubbliche sovietiche.

Ancora più significativo è il ritorno nel nazionalismo delle grandi potenze. Invece di un diverso ordine mondiale, i loro interessi e le loro aspirazioni contrastanti stanno di nuovo dando vita a un complicato balletto di alleanze e controalleanze che un diplomatico del XIX secolo riconoscerebbe a prima vista. E stanno anche scavando linee di frattura geopolitica nei punti in cui le loro ambizioni si sovrappongono ed entrano in conflitto; ed è proprio qui che, con ogni probabilità, si produrranno le scosse sismiche del futuro.

L’ascesa della Russia

Se la Russia è stata il luogo in cui la storia è drammaticamente terminata due decenni fa, oggi è il luogo dove ha fatto ancor più drammaticamente il suo ritorno. Il paese ha fermato la propria svolta verso il liberalismo e ha fatto marcia indietro, e lo stesso vale per la sua politica estera. La concentrazione del potere nelle mani di Vladimir Putin è stata accompagnata da un abbandono della politica estera integrazionista promossa da Eltsin e Kozyrev. In Russia è tornato in scena il nazionalismo da grande potenza, con tutte le sue ambizioni e i suoi calcoli.

Malgrado l’opinione contraria di molti occidentali, la Russia è una grande potenza ed è orgogliosa di essere una forza della quale si deve tenere conto sul palcoscenico internazionale. Non è più una superpotenza e forse non potrù mai tornare a esserlo. Ma nei termini di ciò che i cinesi definiscono “potenza nazionale complessiva” (vale a dire la combinazione della forza economica, militare e diplomatica), la Russia è oggi uno dei principali protagonisti del pianeta.

Il potere è la capacità di obbligare gli altri a fare ciò che si vuole e di impedire loro di fare ciò che non si vuole. Grazie alle sue risorse naturali, alla sua ricchezza, al diritto di voto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché all’influenza che esercita in tutta l’Eurasia, la Russia è diventata una protagonista di primo piano in ogni questione internazionale, dall’architettura strategica dell’Europa alla politica petrolifera dell’Asia centrale e ai progetti di sviluppo nucleare dell’Iran e della Corea del Nord.

La nuova impressione di potenza del paese alimenta oggi il nazionalismo, dando via libera a profondi risentimenti e suscitando un senso di umiliazione. Oggi i suoi cittadini non ritengono più le concilianti politiche adottate da Mosca negli anni Novanta segni di governo illuminato. La mancata opposizione all’allargamento della Nato, il ritiro delle truppe dalle repubbliche dell’ex Unione Sovietica, la concessione dell’indipendenza all’Ucraina, alla Georgia e agli stati baltici, l’accettazione di una crescente influenza americana ed europea in Europa centrale, nel Caucaso e in Asia centrale: oggi i russi considerano tali accordi del periodo immediatamente successivo alla fine della guerra fredda un vero e proprio atto di resa imposto da Stati Uniti ed Europa in un momento di debolezza della loro patria.

Quando ha definito il collasso dell’Unione Sovietica “la più grande catastrofe politica del secolo”, Putin ha di certo sbalordito l’Occidente liberale, ma ha anche toccato una corda sensibile nell’animo dei suoi compatrioti. Non che essi desiderino il ritorno del comunismo sovietico (sebbene vi sia stato persino un sorprendente recupero della memoria di Stalin). Desiderano però il ritorno dei giorni in cui la Russia era una nazione rispettata da tutti, capace di esercitare un’influenza internazionale e di salvaguardare i propri interessi.

Oggi i leader russi cercano di riconquistare la potenza e l’influenza globali che avevano perso alla fine della guerra fredda. La loro grande ambizione è quella di annullare la situazione che ne era derivata e di ristabilire la loro nazione come potenza dominante dell’Eurasia e una delle due o tre grandi potenze mondiali.

Questo non è esattamente ciò che le democrazie occidentali speravano o si aspettavano negli anni Novanta. Esse ritenevano di essere state più che generose quando, dopo la fine della guerra fredda, si erano offerte di accogliere la Russia nella casa europea e nelle loro istituzioni politiche ed economiche internazionali.

(…) la classe dirigente russa, sempre più intrisa di sentimenti nazionalisti, non si accontenta più di essere invitata nel club occidentale in base agli stessi termini concessi a ogni altra nazione. Come dice Dmitri Trenin, la Russia sarebbe pronta a unirsi all’Occidente soltanto “se le fosse offerta una sorta di co-presidenza del club occidentale” e se le fosse riconosciuto il “giusto posto nel mondo insieme agli Stati Uniti e alla Cina”. Oggi i suoi leader non desiderano l’integrazione nell’Occidente, ma il ritorno a una sorta di grandezza.

Lord Palmeston osservò una volta che le nazioni non hanno amici permanenti, ma solo interessi permanenti. Tuttavia, la percezione che una nazione ha dei propri interessi non è immutabile. Muta, invece, seguendo il cambiamento della percezione del potere: nuovo potere significa nuove ambizioni, o il ritorno delle antiche, e ciò vale non soltanto per la Russia, ma per tutti gli stati. I teorici di relazioni internazionali parlano di potenze dello “status quo; ma una nazione non è mai del tutto soddisfatta. Non appena viene raggiunto un orizzonte, ecco che se ne apre presto un altro. Ciò che prima era inimmaginabile diventa immaginabile e subito dopo desiderabile. Il desiderio si trasforma in ambizione, e l’ambizione in interesse. Una nazione più potente non è necessariamente una nazione più soddisfatta. Anzi, può essere il contrario.

Oggi la Russia desidera ciò che le grandi potenze hanno sempre desiderato: mantenere un’influenza predominante nelle regioni di maggior interesse e impedire che altre grandi potenze possano esercitarvi la propria. Se riuscisse a stabilire questo predominio regionale, le sue ambizioni aumenterebbero, proprio come accade per tutte le altre grandi potenze. Quando, alla fine del XIX secolo, si imposero come la nazione dominante dell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti non si accontentarono di tale risultato, ma rivolsero il loro sguardo verso nuovi orizzonti in Asia orientale e nel Pacifico. Oggi l’immagine che la Russia ha di se stessa è quella di una potenza mondiale, con interessi e ramificazioni globali.

Sul piano geopolitico Russia e Unione Europea sono vicini di casa. Ma sul piano geopolitico vivono in due secoli diversi. L’Unione Europea del XXI secolo, animata dalla nobile ambizione di trascendere la politica di potenza e di guidare il mondo verso un nuovo ordine internazionale fondato sulle leggi e le istituzioni, deve ora affrontare una Russia che si presenta ancora come un tradizionale esponente del XIX secolo, impegnato nell’antica politica di potenza. Entrambe sono condizionate dalla loro storia. Lo spirito postmoderno e postnazionale dell’Unione è stato la risposta dell’Europa agli spaventosi conflitti del XX secolo, nel corso del quale il nazionalismo e le ambizioni degli stati hanno provocato per ben due volte la distruzione del continente. L’orientamento dell’azione russa all’estero è stato determinato dalla percezione del fallimento della politica postnazionale” attuata dopo il collasso dell’Unione Sovietica. L’incubo dell’Europa sono gli anni Trenta, quello della Russia gli anni Novanta. L’Europa individua la soluzione dei suoi problemi nel trascendimento dello stato-nazione e della sua politica di potenza. Per i russi, invece, la soluzione sta nel loro ripristino.

Gli europei sono preoccupati e hanno buoni motivi per esserlo. Negli anni Novanta le loro nazioni hanno fatto una gigantesca scommessa, puntando sul nuovo ordine mondiale, sulla priorità della geoeconomia sulla geopolitica, su un mondo nel quale l’economia europea, estremamente ampia e produttiva, avrebbe fatto concorrenza da pari a pari a Stati Uniti e Cina. Hanno così rinunciato a buona parte della propria sovranità politica ed economica per rafforzare le istituzioni comunitarie di Bruxelles. Hanno ridotto le spese per la difesa e rallentato il ritmo di modernizzazione degli apparati militari, presupponendo che ormai il soft power contasse più dell’hard power. Erano convinte che il Vecchio Continente sarebbe diventato un modello per tutti, e in un mondo plasmato secondo quel modello, l’Europa sarebbe stata forte.

Per un pò di tempo la scommessa sembrò vincente. L’Unione Europea esercitava un’indiscutibile forza attrattiva, soprattutto sui paesi vicini. Era una vasta isola di relativa stabilità in un oceano globale in tempesta. Con la Russia fiaccata, l’Europa, cui si aggiungeva la promessa garanzia della sicurezza americana, attraeva nell’orbita occidentale praticamente ogni paese dell’Est.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’espansione di questo impero volontario ha subito un rallentamento. L’allargamento della UE a ventisette componenti ha creato ai membri originari problemi di digestione e molti europei non sono affatto disposti ad accettare l’incombente prospettiva di dover accogliere la Turchia, con i suoi quasi ottanta milioni di musulmani. Ma la battuta di arresto nell’allargamento non si spiega soltanto con la paura dei turchi e degli “idraulici polacchi”. Quando la UE ha accolto nel suo seno gli stati dell’ex Patto di Varsavia e i paesi baltici ha acquisito non solo dei nuovi membri orientali, ma anche un nuovo problema orientale. O meglio, una nuova versione del vecchio problema orientale: l’antica rivalità tra la Russia e i suoi vicini. Insieme alla Polonia, l’Unione ha inglobato anche l’inimicizia e la diffidenza della Russia (e della Germania). Insieme ai paesi baltici, ha accolto anche la loro paura della Russia e dell’ampia minoranza di russi presente entro i loro confini.

Sembravano problemi di fondo risolvibili finché la Russia avesse proseguito il suo cammino sul percorso integrazionista e postmoderno, o almeno finché fosse rimasta debole e assorbita da difficoltà interne. Ma con il paese di nuovo in pedi e impegnato a riottenere il proprio status di grande potenza, compreso il predominio nelle sue tradizionali sfere di influenza, l’Europa si è ritrovata in una posizione di competizione geopolitica del tutto inaspettata e indesiderata. Questa grande entità del XXI secolo si è invischiata, in forza del suo stesso allargamento, in un classico confronto da XIX secolo.

L’Europa non è preparata, né sul piano istituzionale né su quello temperamentale, a prendere parte a quella partita geopolitica che la Russia è pronta a giocare nel suo “cortile di casa”.  Alla sua potente forza attrattiva la Russia ha risposto impiegando le antiche forme di coercizione per punire o deporre i leader filoccidentali.

Non è difficile immaginare con i fremiti che corrono lungo la linea di faglia eurorussa potrebbero trasformarsi in aperto confronto.

Siamo davvero agli antipodi rispetto alla visione e alle speranze dell’epoca successiva alla fine della guerra fredda. Negli anni Novanta i paesi democratici si aspettavano che una Russia più ricca sarebbe stata anche una Russia più liberale, in patria come all’estero. Ma la storia insegna che l’ampliamento dei traffici commerciali e l’acquisizione di ricchezza da parte delle nazioni non produce sempre una maggiore armonia globale. Spesso ha invece scatenato una più aspra competizione.

Alla fine della guerra fredda la speranza era che le nazioni avrebbero perseguito l’integrazione economica come alternativa alla competizione geopolitica che avrebbero cercato il soft power dell’impegno commerciale e della crescita economica e rinunciato all’hard power della forza militare o dello scontro geopolitico.

Ma le nazioni non sono necessariamente obbligate a scegliere fra queste due alternative. Esiste un altro paradigma – che possiamo definire “nazione prospera ed esercito forte” , riprendendo lo slogan del risorgente Giappone di Meiji alla fine del XIX secolo – in virtù del quale le nazioni aspirano all’integrazione economica e all’adeguamento alle istituzioni occidentali non per rinunciare alla lotta geopolitica, bensì per combatterla con maggior successo.

 

Parole al centro – Il ritorno della storia e la fine dei sogni (Robert Kagan)

(Il ritorno della storia e la fine dei sogni, Mondadori 2008)

Il mondo è tornato a essere normale. Gli anni seguiti alla fine della guerra fredda avevano generato l’impressione che fosse sorto un nuovo tipo di ordine internazionale caratterizzato dalla scomparsa egli stati-nazione o dalla loro crescita comune, dalla soluzione dei contrasti ideologici, dalla mescolanza delle culture e dai commerci e comunicazioni sempre più liberi. Il mondo democratico moderno ha cercato di convincersi che la fine di quel conflitto non segnasse semplicemente la conclusione di un ben preciso scontro strategico e ideologico, ma anche quella di qualsiasi scontro ideologico o strategico. Comuni cittadini e classi classi dirigenti sognavano “un mondo trasformato”.

Ma era solo un miraggio. Il mondo non si è trasformato. Quasi ovunque, lo stato-nazione mantiene intatta la sua forza, e lo stesso vale per le ambizioni nazionalistiche, le passioni e le rivalità tra popoli che hanno determinato il corso della storia. Gli Stati Uniti rimangono la sola superpotenza mondiale. Ma la competizione internazionale fra le potenze è tornata in primo piano, con Russia, Cina, Europa, Giappone, India, Iran, gli stessi Stati Uniti e altri paesi ancora che si contendono la conquista del predominio regionale.

Gli scontri per il prestigio e l’influenza mondiali sono nuovamente un elemento caratteristico degli affari internazionali. E’ riemersa anche l’antica rivalità fra il liberalismo e l’autocrazia, e le grandi potenze del pianeta si schierano in un campo o nell’altro a seconda della forma di governo che le connota.

Un conflitto ancora più antico è poi riesploso fra gli islamisti radicali e le moderne culture laiche, accusate di essere penetrate nel mondo musulmano e averlo dominato e corrotto. Nello stesso momento in cui questi tre scontri epocali si combinano e confluiscono l’uno nell’altro, la promessa di una nuova era di convergenza internazionale svanisce sotto i nostri occhi. Siamo entrati in un’epoca di “divergenza”.

La storia è tornata in scena, e i paesi democratici devono unirsi per indirizzarne il corso, altrimenti saranno altri a farlo.

Sogni e speranze

All’inizio degli anni Novanta regnava una quasi universale e comprensibile atmosfera di ottimismo. Il collasso dell’impero comunista e l’apparente processo di democratizzazione avviato dalla Russia sembravano annunciare una nuova era di convergenza globale. I grandi rivali della guerra fredda si trovavano all’improvviso ad avere molte aspirazioni comuni, compreso il desiderio di integrazione economica e politica. Anche dopo l’inizio della repressione politica in occasione degli eventi di piazza Tienammen nel 1989, e gli inquietanti segnali di instabilità provenienti dall’ex Unione Sovietica a partire dal 1993, la maggior parte degli americani e degli europei rimaneva convinta che Cina e Russia si fossero ormai avviate in modo definitivo sulla strada del liberalismo.

Questo genere di determinismo ha caratterizzato la riflessione del periodo successivo alla guerra fredda. Secondo l’opinione più diffusa, in un’economia globalizzata le nazioni, se volevano rimanere competitive e sopravvivere, non avevano altra scelta che procedere a una liberalizzazione, prima in campo economico e poi anche in quello politico.

Poiché il capitalismo democratico era il modello di maggior  successo per le società in via di sviluppo, tutte avrebbero prima o poi scelto questa via. Nella battaglia delle idee, il liberalismo aveva trionfato. Come ha scritto Francis Fukuyama in un suo celebre saggio, “alla fine della storia, la democrazia liberale non ha più seri rivali sul piano ideologico”.

Il determinismo economico e ideologico degli anni immediatamente successivi alla fine della guerra fredda ha generato due convinzioni che hanno influenzato sia gli orientamenti politici sia le aspettative della gente. La prima era che il progresso umano fosse inevitabile, che si storia si muove in un’unica direzione: fede nata con l’Illuminismo, poi frantumata dalla brutalità del XX secolo, ma risorta a nuova vita grazie alla caduta del comunismo. La seconda era che fossero necessarie pazienza e moderazione: anziché affrontare e sfidare le autocrazie, bisognava inserirle nell’economia globale, sostenere lo stato di diritto e la creazione di più solide istituzioni statali, lasciando che le forze ineluttabili del progresso umano compissero la loro magica opera.

Ora che il mondo stava convergendo verso i principi condivisi del liberalismo illuminista, la grande missione della generazione post guerra fredda era costruire un sistema di leggi e istituzioni internazionali ancora migliore, realizzando le profezie del pensiero illuminista del XVII e XVIII secolo. Un mondo di governi liberali sarebbe stato un mondo senza guerre, proprio come aveva immaginato Kant.

Nel 1991 il presidente americano George H.W. Bush parlò di un “nuovo ordine mondiale” in cui “le nazioni del mondo, Oriente e Occidente, Nord e Sud, possono prosperare e vivere in armonia”, in cui “il regno della legge sostituisce la legge della giungla”, in cui le nazioni “riconoscono la comune responsabilità per la libertà e la giustizia”. Insomma, “un mondo molto diverso da quello che abbiamo finora conosciuto”.

Se Mosca poteva rinunciare alla tradizionale politica da grande potenza, lo stesso poteva fare anche il resto del mondo. “L’era della geopolitica ha lasciato il posto a una nuova era, che potremmo chiamare della geoeconomia” scrisse Martin Walker nel 1996. “I nuovi simboli di virilità sono il volume delle esportazioni, la produttività e i tassi di crescita, e i grandi avvenimenti internazionali sono i patti commerciali delle superpotenze economiche.”.

La competizione fra le nazioni poteva benissimo continuare, ma sarebbe stata una pacifica concorrenza commerciale. Paesi che intrattenevano reciproci rapporti d’affari difficilmente sarebbero entrati in conflitto fra loro. Società fondate in misura sempre maggiore sul commercio sarebbero state più liberali sia in patria sia all’estero. I loro cittadini avrebbero cercato la prosperità e il confort, abbandonando le ataviche passioni, le lotte per l’onore e la gloria, e gli odi tribali che sono stati all’origine di tutti i conflitti della storia.

Gli antichi greci pensavano che della natura umana facesse parte un elemento chiamato thumos, una sorta di vigore e di ferocia in difesa del clan, della tribù, della città o dello stato. Secondo la visione illuministica, però, il commercio avrebbe addomesticato e forse persino neutralizzato il thumos presente negli individui e nelle nazioni. “Dove c’è commercio”, scrisse Montesquieu, “ci sono buone maniere e principi morali”.

La natura umana poteva essere migliorata attraverso efficaci strutture internazionali, giuste politiche e adeguati sistemi economici. La democrazia liberale non soltanto teneva a freno gli istinti umani tendenti all’aggressività e alla violenza, ma era anche in grado, secondo Fukuyama, di trasformarli completamente.

Lo scontro fra i tradizionali interessi nazionali, quindi, era ormai cosa del passato. L’Unione Europea, secondo lo studioso di scienze politiche Michael Mandelbaum, era il semplice preannuncio di come sarebbe stato organizzato il mondo del XXI secolo. G. John Ikenberry, studioso di affari internazionali di ispirazione liberal, immaginò un’epoca post guerra fredda in cui “la democrazia e i mercati fioriscono in tutto il pianeta, la globalizzazione si afferma come una forza storica progressista e ideologie, nazionalismi e conflitti armati battono in ritirata”. Insomma, il trionfo della “visione liberale dell’ordine internazionale”.

Nel nuovo ordine mondiale, come affermò il vicesegretario di stato Strobe Talbott, gli Stati Uniti avrebbero definito “la loro forza – anzi, la loro stessa grandezza – non nei termini della capacità di ottenere e mantenere il predominio su altri paesi, bensì nei termini della capacità di collaborare con gli altri nell’interesse di tutta la comunità internazionale”.

Mentre gli americani vedevano nel nuovo ordine mondiale una riaffermazione dell’immagine che avevano del loro paese, gli europei credevano che quell’ordine sarebbe stato organizzato secondo il modello dell’Unione Europea. Come disse lo studioso e diplomatico Robert Coopert, l’Europa stava guidando il mondo verso un’era postmoderna, nella quale i tradizionali interessi e le consuete politiche di potenza avrebbero lasciato il posto al diritto internazionale, a istituzioni sovranazionali e a una sovranità congiunta. Le divisioni culturali, etniche e nazionali che avevano lacerato l’umanità, e l’Europa, sarebbero state cancellate dai valori condivisi e dai comuni interessi economici.

(…) proprio mentre nascevano queste grandi speranze, all’orizzonte già si profilavano nubi oscure, segnali di divergenza globale, di ostinate tradizioni di cultura, civiltà, religione e nazionalismo che continuavano a resistere o che si incuneavano a scardinare il comune abbraccio del liberalismo democratico e del capitalismo di mercato. I presupposti basilari degli anni immediatamente successivi alla fine della guerra fredda sono andati in frantumi quasi nello stesso momento in cui sono stati concepiti.

 

Parole al centro – Geofiscalità. Il dilemma di Giano tra Cifra Tellurica e Continente Digitale (Piergiorgio Valente, Luca Bagetto)

(Geofiscalità. Il Dilemma di Giano tra Cifra Tellurica e Continente Digitale, Eurilink University Press 2017)

Vi è la possibilità di dare una misura o un limite al fenomeno della globalizzazione, per indirizzarla nel diritto verso una direzione emancipativa.

Nel nostro testo cerchiamo di mostrare i limiti della globalizzazione come il culmine di uno stato di disordine; e invece di assumerla come un fenomeno di predazione ne tracciamo un profilo giuridico-ricostitutivo. Con ciò nel volume indichiamo anche un ordine dell’attività finanziaria, sottraendola al puro simulacro cui viene ridotta quando viene intesa come raddoppiamento spettrale dell’attività produttiva.

Il diritto è la prima rappresentazione della realtà, disegnando la mappa dei rapporti tra il Tutto e le parti, o delle parti tra loro. Se l’abbiamo considerato come essenza dell’azione politica, è perché nel diritto abbiamo individuato una liberante forza di trasformazione della realtà, invece che una mera sovrastruttura e un vuoto simulacro che nasconde rapporti di forza.

I lineamenti di un diritto delle cose astratte – come le rappresentazioni del denaro (la finanza), dell’ideazione (i diritti d’autore) e delle telecomunicazioni (e-commerce, contenuti digitali, informazione e pubblicità) – tratteggiano il nesso della rappresentazione con la concretezza dell’attività produttiva, con l’incremento della ricchezza sociale e, in generale, con l’esistenza politica delle comunità. Viene così ricostruita l’identità politica dell’età della globalizzazione, contrastandone l’immagine di pura imposizione di un debito di massa rispetto a voraci oligarchie finanziarie.

 

Parole al centro – L’eredità geopolitica della Grande guerra (Lucio Caracciolo)

(Senza la guerra, il Mulino 2016)

(…) in prospettiva storica, dovremmo (…) considerare l’Europa e il mondo della guerra fredda, l’Europa e il mondo divisi in due, come una lunga sospensione di partite aperte dalla Prima guerra mondiale a tuttora inconcluse. Tutte sedate, quasi nessuna davvero risolta. Ciò vale in particolare per l’intreccio di conflitti che infransero il secolo di relativa pace europea fra il congresso di Vienna (1814-15) e i cannoni d’agosto del 1914. A inaugurare il secolo più sanguinoso della storia umana. Perché la pace di Versailles (1919) non fu che la continuazione della guerra con altri mezzi, fino al secondo, più terribile massacro del 1939-45.

Contro l’opinione prevalente nei decenni della guerra fredda (1946-91) – l’ultimo riuscito tentativo di ordine pacifico in Europa, seppur basato sulla forzosa bisecazione del continente. vegliata da potenze esterne (Usa e Urss) – quel fuoco ha continuato a covare sotto l’illusoria glaciazione bipolare. Per riaccendersi, in forme bizzarre e cangianti, nel presente disordine della presunta globalizzazione, che molto deve al modo in cui l’apparente ordine del 1914 collassò come una supernova, disseminando la sua materia incandescente nel firmamento geopolitico. Dove tuttora circola.

E infatti, il libro di maggior successo uscito in occasione del centenario della Prima guerra mondiale – scritto dall’australiano Christopher Clark – intitolato “I sonnambuli”, si conclude con questa frase: “Gli uomini del 1914 sono nostri contemporanei”.

La manipolazione dei “diritti storici” e il passato che non passa

Se studiamo la storiografia contemporanea – in particolare quella europea – e soprattutto la pedagogia nazionale dei diversi paesi coinvolti, possiamo constatare come ancora oggi persistano narrative perfettamente opposte sulla Prima guerra mondiale. A conferma che le guerre non vengono più combattute solo sul campo di battaglia, ma anche, se non soprattutto, sul fronte della narrazione. I fatti contano meno della loro percezione, o meglio delle percezioni spesso divergenti che se ne hanno, a seconda della propria storia, della propria biografia, del paese a cui si appartiene.

Una delle caratteristiche dell’Europa dopo la guerra fredda, alla fine di quella sorta di glaciazione geopolitica in cui tutto sembrava fermo e ancorato a confini inviolabili, + infatti il ritorno della narrazione dei “diritti storici” come strumento strategico.

I conflitti combattuti in Europa dopo la fine della guerra fredda – pensiamo ad esempio alle guerre jugoslave che nello scorcio finale del Novecento hanno prodotto circa duecentomila morti o alla guerra ucraina (…) – si sono alimentati anche di opposte narrazioni storico – geopolitiche, nell’intento di affermare la propria visione della storia a fini strategici. Negli anni ’90 la Grande Serbia, la Grande Croazia o la Grande Albania venivano rivendicate in base a presunti diritti storici e/o etnici. Così oggi in Ucraina ci si batte per una più grande Russia o una più grande Ucraina, sempre riferendosi a entità o progetti geopolitici del passato. In entrambi i casi, siamo nel cuore di aree attraversate e segnate in profondità dalla Prima guerra mondiale.

A ben guardare, molte delle guerre e delle partite geopolitiche in corso possono configurarsi come guerre di successione per l’egemonia nei territori evacuati dai quattro imperi europei defunti nella Grande guerra.

Se noi analizziamo infatti i conflitti e le dispute territoriali intorno a noi partendo dal nostro osservatorio italiano, notiamo come le tre principali crisi che ci preoccupano – e cioè quella dell’integrazione europea, quella dell’Est, ovvero russo-balcanica, che parte dalle guerre post-jugoslave e arriva oggi all’Ucraina, e quindi alla Russia, infine le guerre e le crisi del fronte Sud, tra Mediterraneo e Nord Africa, fino al Levante e al Golfo Persico – abbiano tutte a che fare con quello che Vittorio Emanuele III chiamava il “collasso dei grandi imperi”. In particolare, la crisi europea verte sulla questione tedesca, aperta dal collasso del Secondo Reich, cioè dalla sconfitta della Germania guglielmina nella Prima guerra mondiale; le crisi russo-balcaniche sulla contemporanea scomparsa dell’impero austro-ungarico, di quello ottomano e di quello russo; infine, se apriamo la finestra sul Mediterraneo – dalla Libia alla Siria e ad alcuni tratti della penisola Arabica – scopriamo che i conflitti attuali sono guerre di successione post-ottomana.

Conclusione

Cento anni fa l’Europa o meglio le sue potenze in competizione, era il centro del mondo. Oggi ne è una parte relativamente minore, compressa fra le due principali potenze: l’America tuttora leader, eppure in declino, e la Cina in ascesa, ma lontana dal potere esercitare una forma di egemonia regionale o addirittura planetaria. Il baricentro geoeconomico del mondo si è spostato negli ultimi vent’anni verso l’Asia, quello geopolitico e geostrategico resta collocato negli Stati Uniti e nella loro rete di alleanze.

Del sogno di un’Europa unita, global player, potenza “gentile” capace di diffondere con il suo soft power un approccio pacifico, tollerante e liberale alle relazioni internazionali, non resta granché. La crisi dei migranti ha anzi inferto il colpo forse definitivo ai progetti dei padri fondatori dell’Europa comunitaria. Ognuno sembra riscoprire la propria unicità. Soprattutto l’unicità della propria storia. In questa deriva  neonazionalista e neoprotezionista, dai toni apertamente xenofobi, che investe soprattutto l’Europa centro-orientale, scopriamo che le ferite aperte dalla Prima guerra mondiale non sono mai state apertamente suturate. Il collasso simultaneo di quattro imperi non ha prodotto un nuovo impero europeo, ma una frammentazione geopolitica che ci invita a riconsiderare il peso della lunga durata nella storia contemporanea. La Prima guerra mondiale continua a irradiarsi nell’Europa di oggi. Chi fingesse di non vederlo, lo farebbe a proprio rischio e pericolo.

Parole al centro – Territori, popoli, sovranità (Sabino Cassese) – II parte

(Territori e potere. Un nuovo ruolo per gli Stati ?, il Mulino 2016)

Sovranità condivisa ?

Lo Stato è sovrano, secondo il punto di vista tradizionale. La sovranità ha molti significati. Ma all’origine indica un potere finale, di ultima istanza, quello da cui derivano gli altri poteri. Ma l’affermazione che lo Stato è sovrano viene criticata da molto tempo come non vera, come un’ “ipocrisia”.

In primo luogo, in molte parti del mondo, le formazioni statali sono costituite, o promosse, o agevolate dall’alto, dall’Organizzazione delle Nazioni Unite o da altri Stati.  (…) Il presidente degli Stati Uniti, nel suo discorso sullo stato dell’Unione nel gennaio 2016, ha osservato che “nel mondo odierno siamo minacciati meno da imperi del male che da Stati che falliscono”.

In secondo luogo, gli Stati sono condizionati da norme e istituzioni che essi stessi hanno collaborato a creare e alle quali si sono sottoposti. Gli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale, hanno stipulato circa 700 trattati, di cui sono parte. Al 2012-2013 sono state censite quasi 8 mila organizzazioni internazionali non governative o private. Più di 200 le corti o i corpi quasi giudiziari sovranazionali. Quindi, vi è un numero crescente di norme, procedure amministrative, burocrazie, sentenze. nello spazio globale, dettate e istituite per stabilire regole comuni a mercati globali, promuovere e proteggere diritti universali, tutelare beni pubblici di valore mondiale, assicurare l’effettività di ordini giuridici sovrastatali.

(…) norme e istituzioni sovranazionali prescindono dagli Stati e li condizionano. La sovranità statale è condivisa (e, quindi, non è più, in senso proprio, sovrana) in quanto i poteri statali vengono ridefiniti, divisi, riallocati, con un’assunzione comune di responsabilità. Gli Stati possono così svolgere compiti in aree che prima non potevano essere raggiunte (si pensi soltanto al problema del riscaldamento globale o a quello della lotta al terrorismo internazionale), ma sono vincolati da decisioni superiori, di cui spesso diventano soltanto gli esecutori.

Implicazioni e contraddizioni

Gli sviluppi segnalati comportano una ridefinizione dello Stato e producono numerose contraddizioni. Eccone le principali.

In primo luogo, il territorio, che sembra perdere importanza a causa dell’elasticità dei confini e della loro “malleabilità”, si prende  una rivincita e riconquista importanza in due modi diversi. Uno è la riscoperta e il rafforzamento dei confini, quando l’immigrazione raggiunge dimensioni ritenute inaccettabili. L’altro modo in cui il territorio riacquista importanza è come indicatore di appartenenza, in quanto il cittadino di altro Stato, per il fatto di stare sul territorio di quello Stato, gode dei diritti civili, sociali ed economici che quello Stato assicura ai suoi cittadini.

Da questo paradosso ne discende un secondo: le democrazie nazionali sono democrazie di cittadini, non di residenti, perché la collettività stanziata su quel territorio si distingue in due parti, i cittadini dotati di diritti politici e i residenti privi di tali diritti. Le comunità territoriali si dividono i diritti civili, quelli economici e quelli sociali le uniscono, i diritti politici le separano. Alcuni Stati attenuano questa contraddizione assegnando diritto di voto in sede locale e, a certe condizioni, anche ai residenti. Ma è aperto il problema della mancata asimmetria tra chi prende le decisioni (Parlamenti e governi), rappresentativi dei cittadini, e i destinatari delle stesse, che includono anche stranieri non aventi diritto di voto, così violando il principio base della democrazia (…) “ciò che riguarda tutti, deve essere approvato da tutti”).

In terzo luogo, gli Stati, mentre cercano di uniformare le regole di ammissione sul proprio territorio a quelle di altri Stati, in quanto le migrazioni non sono più fenomeno che essere controllato solo su base nazionale, si distinguono nel modo in cui riconoscono diritti ai residenti, da quelli sociali (fruizione delle istituzioni del benessere, sanità, istruzione, lavoro) a quelli civili e politici (principalmente procedure di naturalizzazione), perché questi vengono ritenuti strettamente legati alla sovranità.

Infine, lo Stato è l’area nella quale si è sviluppata la democrazia rappresentativa: se lo Stato diventa sussidiario di organismi sovranazionali, non si indebolisce anche la democrazia ? Se la sovranità diventa condivisa e compiti statali vengono devoluti a poteri pubblici sovranazionali, il controllo democratico sull’esercizio di tali compiti non sarà più possibile in modo diretto, ma solo indirettamente, attraverso lo Stato. Quindi, sarà meno efficace. Nello spazio giuridico globale si cerca di attenuare questo deficit di democrazia mediante la moltiplicazione di istituti e procedure di deliberative democracy (“democrazia dibattimentale”, che non bastano, tuttavia a supplire all’assenza di democrazia rappresentativa.

Le osservazioni svolte confermano una conclusione generale da tempo raggiunta dagli studiosi dello Stato, ma spesso dimenticata dai giuristi, quella della storicità del fenomeno statale; non solo nella sua essenza fenomenica, ma anche in quella concettuale. Non è soltanto lo Stato che cambia, ma anche i modi di intenderlo. Se ve ne fosse bisogno, ricordo quale origine abbia una delle più diffuse concezioni dello Stato, quella di Hans Kelsen. Egli, in numerose opere, tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del secolo scorso, ha sostenuto che: il problema dello Stato è un problema di imputazione. Lo Stato è, per così dire, un punto comune, nel quale sono proiettate varie azioni umane, un punto comune di imputazione per diverse azioni umane.

Ecco (…) un compito importante e grandioso per la scienza del diritto: ripensare, riconcettualizzare lo Stato nel contesto delle nuove tendenze e trasformazioni che si sono delineate: i cambiamenti interni, derivanti dal mutare delle frontiere e dalla ridefinizione della base personale dello Stato, costituita dal popolo, e i cambiamenti esterni, derivanti dall’integrazione dello Stato in unità superiori funzionali, dove si esercita una sovranità condivisa.

 

 

Global change e potere (Marco Emanuele)

Il “global change” è complesso; linearità e causalità, nel mondo che viviamo, sono autogiustificazioni che vorrebbero difendere e conservare il nostro spasmodico bisogno di certezze. Così il potere si rinchiude nella sua arroganza “di palazzo” e fatica a farsi servizio, a entrare nella realtà, a sporcarsi. Mentre il potere arrogante si sporca di corruzione, e progressivamente muore, il potere come servizio si contamina nella vita e si feconda, ri-generandosi.

Oggi siamo di fronte a una sfida davvero epocale. I soggetti che pensavano di detenere il potere, e con essa il senso stesso della politicità, si ritrovano a mani vuote e, ciò che è peggio, a “mente rassegnata”. Le loro parole non arrivano nella realtà, non la toccano: questo è il grande problema della cosiddetta “classe politica”. Qualcun altro, invece, ha capito, con grande abilità, che è venuto il tempo di cavalcare la tigre del disagio, di renderlo consenso e, possibilmente, governo. Questo passaggio, che mette in discussione tutta la “pesantezza” della mediazione istituzionale, ci chiama a un ri-pensamento sistemico del significato e del ruolo dello Stato, della Democrazia e, soprattutto, degli stessi “luoghi” (partiti e sindacati) nei quali dovrebbe aggregarsi il consenso e formarsi la classe dirigente.

Il “global change”, immerso nelle frontiere della scienza e della tecnologia, non è una partita neutra. E’ una sfida che ci chiama a mettere in campo volontà e conoscenza, a recuperare la vecchia regola del “ricongiungere ciò che è disperso”, a maturare visioni storiche lasciando da parte consumati sogni di gloria. E’ venuto il tempo di lavorare insieme a un “progetto di civiltà”, salvando il bello delle nostre tradizioni (il peso dell’eredità) ma percorrendo l’oltre. Le macerie che abbiamo di fronte, non solo in politica, sono l’evidenza di un fallimento generale, dell’aver voluto nascondere la polvere sotto al tappeto; ma la realtà viene fuori, sempre, e prepotente.

 

Parole al centro – Territori, popoli, sovranità (Sabino Cassese)

(Territorio e potere. Un nuovo ruolo per gli Stati ? – il Mulino 2016)

Lo Stato che cambia

Gli Stati nazionali sono oggi la forma più diffusa di potere pubblico. Tutti i 193 membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sono formalmente Stati nazionali, anche se molti di questi sono composti di popolazioni appartenenti a nazionalità diverse (Stati plurinazionali).

Gli Stati nazionali (o Stati-Nazione) presentano tre caratteristiche. La prima è il controllo di un territorio continuo (ma vi sono Stati che includono anche territori d’oltremare) e ben definito da confini. La seconda è un rapporto stabile con una collettività di persone, spesso non omogenea, ma unita dall’essere tutti cittadini. La terza è la titolarità di un potere sovrano, che si manifesta all’interno vero i cittadini e all’esterno nei confronti di altri Stati. Tutte e tre queste caratteristiche stanno subendo mutamenti. I confini divengono manipolabili. La cittadinanza perde importanza. La sovranità da esclusiva diventa condivisa. 

Fine dei territori ? 

L’idea di “Nazione” è associata a un territorio delimitato da una frontiera, un confine, entro il quale si esercita la sovranità dello Stato. Il confine è un elemento di organizzazione dello spazio, configura il mondo, opera come un dispositivo di inclusione e di esclusione.

(…) territorio e confini di indeboliscono. Le comunicazioni superano i territori e non possono essere tenute completamente sotto controllo dagli Stati (Internet), alcuni beni e servizi circolano liberamente grazie al mutuo riconoscimento, il potere di regolazione si distacca da uno specifico territorio.

In primo luogo, i confini sono ogni giorno superati da miliardi di viaggiatori e da un’enorme quantità di merci.

In altri casi, i confini scompaiono: quelli tra la Siria e l’Iraq, nella zona sotto il controllo di fatto del sedicente “Stato islamico”, non esistono più. Lo Stato islamico ha “confini mobili, ma definiti” e occupa un territorio che “coincide con porzioni di almeno due Stati sovrani, peraltro in avanzato stato di decomposizione, cioè l’Iraq e la Siria.

In terzo luogo, vi sono confini che vengono rafforzati.

Infine, vi sono frontiere che arretrano e frontiere che avanzano.

Si nota (…) un moto contraddittorio: gli Stati-Nazione si aprono alla globalizzazione (viaggi internazionali e commercio mondiale), ma intensificano anche i controlli alle frontiere; accettano la deteriorritorializzazione del potere, ma anche la “rivincita” del territorio.

Un popolo di residenti ?

Le collettività nazionali sono (…) mutate da quando una larga parte delle persone residenti è costituita da persone nate in altri Paesi.

La presenza di numeri così elevati di persone provenienti da altri Paesi fa sorgere problemi di varia natura, discussi di seguito.

  1. Che cosa, di quello che contraddistingue l’insieme e unisce i cittadini, dà loro un’identità ? Un territorio, una lingua comune, una comune storia e memoria di questa storia, una comune cultura e principi comuni, istituzioni condivise ? I legami familiari o quelli sociali danno titolo a divenire parte di una comunità nazionale ?
  2. Chi è un cittadino ? Il titolare di diritti o di diritti e doveri (servire la patria, pagare le imposte, partecipare alla vita politica della comunità di appartenenza, ecc.) ? La cittadinanza consiste nel diritto ad avere diritti ed è fondata sulla corrispondenza biunivoca tra ordinamento e soggetto ?
  3. Quali di questi elementi sono esclusivi ? Pur provenendo da Paesi diversi, non si può risiedere insieme su uno stesso territorio, non si può imparare una lingua straniera, non si possono rispettare le istituzioni di un altro Paese, non si può condividere una cultura ?
  4. Nessuna comunità nazionale è interamente chiusa. Ma diversi sono i gradi di apertura.
  5. In quale misura ogni Stato tollera appartenenze molteplici, doppia o anche tripla cittadinanza, oppure attribuisce ai propri cittadini un ulteriore titolo di appartenenza, come nel caso degli Stati Uniti, dove ogni persona naturalizzata è cittadino sia degli Stati Uniti, sia dello Stato della Federazione in cui risiede; o il caso dell’Unione Europea, dove i cittadini degli Stati membri si sono visti attribuire anche un’ulteriore cittadinanza, quella europea (art. 8 del Trattato sull’Unione Europea), sia pur una cittadinanza “sottile”.

Infine, con tanti residenti provenienti da altri Paesi, gli Stati diventano luoghi che accolgono non solo cittadini, ma anche residenti, ai quali devono essere riconosciuti molti dei diritti che sono garantiti ai cittadini (praticamente tutti, salvo quelli di natura politica).

Ne derivano una separazione tra diritti e appartenenza alla comunità originaria, la Nazione; una svalutazione della cittadinanza; la necessità di guardare i diritti dello straniero attraverso un prisma diverso da quello della cittadinanza, riconducendoli non alla legge nazionale, ma ai diritti umani riconosciuti a livelli sovrastatuale, ma anche un potenziale distruttivo nei confronti della Costituzione, che è la Carta dei cittadini, e rappresenta una comunità nazionale.

La circostanza che solo una minoranza di stranieri residenti, che hanno diritto di acquisire la cittadinanza, la chiedano, dimostra che si è venuta a produrre una nuova forma di territorialità del potere statale e che gli stranieri godono di diritti non diversi da quelli dei cittadini, salvo il diritto di voto e, in generale, i diritti politici.

Lo scontro (Marco Emanuele)

La metamorfosi del mondo si scontra con un “fare politico” rimasto novecentesco. Interpretiamo ciò che è successo il 4 marzo in Italia come una “rivoluzione”; ne scrivevo ieri in termini di “rivelazione”. Il disagio si è fatto consenso.

All’eterna domanda sul “che fare ?” la risposta è: cerchiamo, anzitutto, di comprendere per com-prendere la realtà-che-è. Finita la “guerra fredda”, infatti, le complessità del mondo sono esplose e, da almeno 25 anni, nuovi “player” (a cominciare dalla opinione pubblica) si sono affacciati e imposti sul palcoscenico della storia e creano continue interrelazioni e retroazioni. La politica estera e la politica nazionale non possono più essere viste in termini separati ma sono la stessa cosa. Altresì, dobbiamo approfondire, con spirito critico e realistico, l’impatto che le scienze e le tecnologie hanno sulla “natura” della politica.

Il vento nuovo che spira a livello globale, e che determina scelte politiche per i più inattese (in realtà molto prevedibili), ci chiama a nuove sintesi, a lasciare da parte le analisi salottiere e a ri-fletterci laddove le persone esprimono “vivamente” il proprio disagio.

Le Università devono entrare nel pieno dello scontro determinato dalla metamorfosi del mondo. La sfida di classi dirigenti adeguate ai tempi non può essere delegata; ci vuole una nuova alleanza strategica fra cultura (nell’unità dei saperi), politica – amministrazione, scienza – tecnologia.