Giudizio storico – citazioni da Donatella Di Cesare, Terrore e modernità (Giulio Einaudi editore 2017)

Pag. 63-64

(…) Nel Novecento a prevalere è la tecnica del terrore come modalità di dominio. Ma anche di sterminio. Come ha spiegato Hannah Arendt, il terrore non si limita a eliminare l’opposizione e, dominando supremo, diventa “terrore totale”. Si rivolge perciò non solo contro i nemici, ma anche contro gli amici. Sta qui, peraltro, la differenza fra tirannide e regime totalitario, che spesso vengono confusi. In tal senso il terrore è “l’essenza del potere totalitario”. Qui la rigidità giunge al punto che, a essere soppressa, non è la libertà, bensì ogni spazio di movimento. Un vincolo di ferro fonde i molti nell’uno. Il terrore non è uno strumento di governo – piuttosto è il terrore stesso che governa. Questo vuol dire “ordine del terrore”. Nel descrivere quel potere che divora il popolo, cioè il proprio corpo, e contiene in sé i germi dell’autodistruzione. Arendt sottolinea il modo in cui il terrore utilizza ai propri fini, insieme alla sua superficialità, lo “sradicamento” di ogni essere umano. Essere sradicati vuol dire non sentirsi più a casa nel mondo. Ma è Horkheimer a indicare per la prima volta, nel 1950, il rischio di “un mondo minacciato dal terrore”. Si può leggere già qui il preludio dell’atmoterrorismo. Il terrore diventa un’atmosfera. Non è più uno strumento di governo, e neppure governa con il suo ordine ferreo. Piuttosto lascia che, in una sua apparente assenza, ciascuno sia consegnato al vuoto planetario, esposto all’abisso cosmico. Non occorre alcuna minaccia – perché le minacce sembrano anzi provenire dall’esterno. La richiesta di difesa diventa ovvia. Ed è quel che accade nella democrazia post-totalitaria che non può dirsi, dunque esente da una condivisa atmosfera di terrore. La spaesatezza appare insopportabile, anche perché si è ormai tradotta nel bando progressivo dell’esistenza da tutte le nicchie in cui si sentiva protetta. Ecco perché il terrore attuale si rivela l’opposto dell’angoscia: anziché dischiudere l’autenticità spiega l’esistenza, la deprime, la condanna alla ricerca di un’asfittica e pericolosa sicurezza. (…)

 

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