Nel tempo del pluri-versum (Francesca Giovannetti)

“Non vi maravigliate che non si sappino le cose delle età passate[…] perché se considerate bene, non s’ha vera notizia delle presenti. E spesso tra il palazzo e la piazza è una nebbia sì folta e un muro sì grosso che, non penetrandovi l’occhio degli uomini, tanto sa il popolo di quello che fa chi governa e della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India.

Guicciardini, “Ricordi”(1576)

 

Il 1990 è un anno generalmente considerato significativo da un punto di vista storico, una sorta di turning point, di spartiacque, di cesura tra un periodo noto come “guerra fredda” e gli anni attuali.

Facendo riferimento alla storia d’Europa questa visione ha indubbiamente elementi di concretezza se si analizza l’impatto che la caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989 e il successivo collasso dell’Unione Sovietica hanno avuto nello scacchiere geopolitico internazionale.

Gli anni della guerra fredda avevano rappresentato una sorta di tappeto virtuale sotto il quale, per oltre quarant’anni, si erano nascosti conflitti e tensioni inevitabilmente riemerse alla sua conclusione. Si trattava di un mondo fintamente pacificato nel quale lo schema bipolare semplificava solo la complessità degli eventi. Un ordine globale, per definirlo in termini Kissingeriani, un ordine che veniva improvvisamente meno.

L’impostazione dello Stato-nazione Vestafaliano che aveva i suoi cardini nel principio di inviolabilità dei confini e di sovranità dello Stato, e che era stato alla base della nascita degli stati europei, cominciava a manifestare i suoi limiti.

Uno Stato trasformato in un fatto procedurale, lontano da qualsiasi contesto valoriale. Regole per così dire universali, calate meccanicamente in ambiti culturali differenti, spesso non in grado di recepirle e farle proprie.

Un sistema che a conti fatti era stato incapace di dare una prospettiva a quell’ordine.

Ma oggi è ancora possibile parlare di ordine globale?

Quello che stiamo vivendo potrebbe esser definito come il tempo dell’incertezza, un’incertezza divenuta parte integrante del nostro quotidiano, che si insinua in un mondo senza un centro, apolare, in cui il potere si è disseminato.

La geopolitica classica ci ha abituato a classificare, a ordinare, a dare una spiegazione lineare ai fenomeni. La geopolitica moderna invece ha problematizzato, destrutturato, generato dubbi e incertezze.

Dominique Moisi, pur riconoscendo l’importanza di fare riferimento agli autori geopolitici classici, sottolinea con forza l’impossibilità di utilizzare categorie definitorie standardizzate che risultano essere non più attuali. “L’essere umano è una zattera di certezza su un oceano di incertezze”.

Il processo della conoscenza contempla un rinascere della realtà che evolve.

Conoscendo superiamo vecchie ignoranze ma ne creiamo di nuove. E’ un processo non razionalizzabile. Ma è la base del pensiero critico.

Sono parole di Edgar Morin, “vivo sempre di più con la coscienza e il sentimento della presenza dell’ignoto nel conosciuto, dell’enigma nel banale, del mistero in tutte le cose, e in modo particolare dell’aumento del mistero in ogni aumento della conoscenza”.

Solo qualche decennio fa l’ipotesi di ordine e di relazione tra gli stati doveva fare i conti con dinamiche molto meno complesse, l’azione politica internazionale passava infatti attraverso i segreti delle cancellerie e di una attenta diplomazia. Oggi i players globali che inter-agiscono sullo scacchiere geopolitico internazionale sono molti di più; hanno un ruolo importantissimo le multinazionali, le ONG, l’opinione pubblica attraverso l’uso dei social network, le Chiese ed anche le organizzazioni terroristiche.

Organizzazioni che spesso rivendicano motivazioni e spinte religiose ma che invece sono mosse da interessi concreti, come il controllo del territorio, del traffico di armi e di risorse.

Rosario Aitala nel suo ultimo saggio ”Il metodo della paura” esordisce sostenendo che il terrorismo islamico non esiste. Niente di più appropriato. Si tratta infatti di radicalismi che si islamizzano, che usano la retorica degli slogan fornendo un lettura storpiata e grottesca della religione e ciò che perseguono non è astratta spiritualità ma potere concreto e interessi materiali.

Il metodo della paura, peraltro, ha sempre avuto un ruolo di primo piano in geopolitica. Del terrorismo si sono serviti e si servono in primo luogo gli Stati, sia direttamente sia indirettamente, strumentalmente ai propri interessi, finalizzati a un controllo politico, sociale ed economico.

Sfida è il termine utilizzato da Antonio Spadaro in riferimento al sentimento di Papa Francesco nell’applicazione della cosiddetta geopolitica della misericordia. Il tentativo ambizioso ma non impossibile di smontare la fascinazione verso la narrativa del terrore, che mescola pericolosamente lo scontro umano, terreno e storico con quello trascendente tra Bene e Male.

Il metodo della paura è stato in grado di amplificare i propri effetti attraverso l’uso della tecnologia, capace di dilatare le azioni umane facendo assumere loro dimensioni globali.

Inquietante per Mauro Ceruti il salto tra l’intento apparentemente limitato degli interventi tecnologici sull’uomo e le conseguenze imprevedibili che essi possono determinare.

E come impatta l’invasione tecnologica sull’ordine globale?

La rapidità e la portata della comunicazione abbatteranno le barriere tra società ed individui o accadrà il contrario? Uno scenario sconfortante nel quale l’umanità tra trasparenza diffusa in rete e assenza di dimensione privata, si proietterà in un mondo senza limiti né ordine destinata a procedere sbandando in mezzo alle crisi senza comprenderle.

Non è più possibile leggere il mondo da un unico punto di vista.

I fenomeni sono troppo complessi per essere classificati e l’approccio  all’indagine critica  non può più essere quello rinascimentale che tendeva a strutturare una visione oggettiva, staccata dal contesto, esterna, per poterla dominare.

Una sapiente chiave di lettura alternativa ci viene fornita da Raimon Panikkar, grande studioso e filosofo, innovatore del pensiero, un Pico della Mirandola del Novecento, non sufficientemente apprezzato e conosciuto dai pensatori ed intellettuali contemporanei.

Il termine pluriversalismo non compare nei suoi testi pubblicati ma, senza alcun dubbio,  quella di Panikkar è una vera e propria denuncia verso quello che oggi verrebbe definito il pensiero unico, un pensiero con un unico verso, pronunciandosi invece a favore di un pluri-versum specchio di un mondo plurale e pluralista.

“Ci si domanderà”, scrive, “se ciò che occorre sia l’universitas o non , piuttosto, una pluriversitas”.

Presa coscienza della coesistenza legittima  di sistemi di pensiero, di vita e di azione differenti, pluralismo non significa tolleranza dell’altro ma riconoscimento dell’esistenza di sistemi incompatibili tra loro. Sistemi che, usando una metafora geometrica, come il raggio e la circonferenza mantengono un rapporto di co-esistenza e co-implicazione.

Tra i primi teorizzatori e testimoni del dialogo interculturale Panikkar sostiene che il fine ultimo del pluralismo sia la promozione di una democrazia delle culture.

In un certo senso la sua stessa vita incarna il pluriversalismo; nato a Barcellona da madre spagnola e padre indiano, ha studiato e vissuto in nazioni differenti. A chi gli domandava se si sentisse più cattolico o indù rispondeva che si sentiva al 100% spagnolo e cattolico e al 100% indù e indiano. Possibile? Sì, secondo Panikkar, a condizione di vivere la religione come esperienza e non come ideologia.

Come ha suggerito di recente Dominique Janicaud, non esiste una cultura di tutte le culture, perché non esiste un insieme di tutti gli insiemi.

Una cultura si forma per assimilazione di rapporti esterni, e per differenziazione rispetto alle altre.

Parafrasando Roberto Esposito potremmo sostenere che si forma per negazione, un concetto a cui si  è affiancata una accezione di significato non corretta e negativa appunto, ma che invece risulta essere fondamentale per un agire affermativo.

La libertà è ciò che si sottrae alla necessità e alla legge, così come la proprietà rappresenta la dissoluzione del mondo dato in comune. O la Sovranità, che costituisce la negazione del conflitto potenziale.

E’ una necessità in primis logico-linguistica. Si antepone la negazione all’affermazione.

Per anni, anche in campo politico, si è cercato di addomesticare la negazione ma il negativo non è eliminabile.

Bisogna gestire realisticamente il negativo e attraversare la scissione senza negarla (Hegel).

Il negativo è infatti necessario al pensiero e al linguaggio. Ed è necessario anche per l’azione.

Negazione sta anche nella comprensione e nel riconoscimento del proprio limite, nell’acquisirne consapevolezza. Qualunque progresso interculturale non può che partire da qui.

Un progresso che deve necessariamente vestirsi di relatività, nozione che non va confusa con quella di relativismo, secondo cui un  principio, una cultura, un pensiero valga l’altro.

Relatività culturale significa evitare l’assolutizzazione di un pensiero, renderlo cioè valido e legittimo all’interno di una specifica cultura, rifiutando l’idea dell’esistenza di universali culturali.

L’interculturalità è problematica ma non rende impossibile l’esistenza di cosmo-visioni  e di valori che possano essere adottati e accettati anche da altri, partendo dal presupposto che il pluralismo non ammette un super-sistema o un punto di vista superiore.

In conclusione, la metamorfosi del mondo ci ha obbligato a riconsiderare l’approccio di analisi e di interpretazione dei fenomeni che emergono, consapevoli che le certezze ereditate si stanno velocemente sgretolando.

L’universo del possibile si rigenera ricorrentemente, in modo discontinuo e imprevedibile. (Ceruti)

La globalizzazione, nata secoli fa e giunta oggi alla sua quarta fase, ha sparigliato le carte non soltanto in campo economico e finanziario ma anche sociale, trasformando gli Stati Nazione in stati non più caratterizzati da popoli legati da una comune e omogenea entità culturale ma da cittadini spesso con lingue, abitudini, tradizioni e valori differenti. Stati che stanno imparando, non senza difficoltà, a cedere parte della loro Sovranità a enti sovranazionali, atteggiamento che mira al raggiungimento di una condizione di stabilità ed equilibrio, spesso solo apparente.

Affrontare l’emergenza delle dinamiche e delle sfide globali significa procedere lungo vie anche differenti, all’interno però di un medesimo contesto, abbandonando un’interpretazione uni-versum a favore di una, attuale e necessaria, pluri-versum, avendo bene  in mente che il pensiero, rispetto alla realtà, è sempre incompleto.

 

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