L’ambigua ascesa delle città-Stato (Franco Farinelli, la Lettura Corriere della Sera)

Mentre i centri abitati dell’età di mezzo meritano una riconsiderazione attenta, il politologo Parag Khanna scommette su tecnocrazia e meritocrazia per superare una democrazia inefficiente. Vedi Singapore. Eppure non tutto quadra. 

Parag Khanna, politologo indiano di successo che si autodefinisce leading global strategist, torna alla carica. E lo fa con un pamphlet che nell’edizione originale è intitolato “Technocracy in America”, ma che da noi assume un’altra e più generale etichetta (La rinascita delle città-Stato, Fazi), appunto in omaggio al presunto valore globale dell’analisi ad esso affidata. Diciamolo subito: l’unico autentico sostegno di quest’ultima consiste nell’attuale sfascio del funzionamento del mondo, a partire dai guasti del sistema democratico. Al riguardo la diagnosi di Khanna non persona. Oggi la politica, scrive, non ha più l’orizzonte della persuasione, ridotta com’è a una pratica di scambio tra interessi particolari. L’America è un’oligarchia, governata da un’élite avida e corrotta, e non una democrazia, bensì da quella che Lawrence Lessing chiama “finanzocrazia”. La rete sotterranea che unisce i professionisti della finanza e dell’industria militare che operano a Washington è diventata (l’espressione è di Mike Lofgren, un veterano dell’analisi parlamentare) “l’istituzione più complessa che il mondo abbia mai visto”, capace di manipolare i legislatori e anche di superarli in termini di influenza e libertà d’azione. E tale deep State, questo Stato ancora più profondo dello Stato stesso perché sotterraneo, potrebbe addirittura non solo perdere ogni interesse per il Congresso ma scavalcandolo completamente. Insomma, la democrazia rappresentativa è diventata, almeno negli Stati Uniti, una forma di gioco al ribasso in cui governare è meno importante che impedire all’avversario di parte. Francis Fukuyama si è chiesto se il sistema americano non abbia bisogno di uno “shock all’ordine politico” per sottrarsi all’attuale spirale discendente e tornare a concentrarsi sulle prestazioni anziché appunto sulla politica. Per Khanna l’elezione di Donald Trump può rappresentare proprio uno shock di questo tipo, e il simultaneo controllo repubblicano di Casa Bianca, Camera e Senato potrebbe preludere a una tirannia cui nessun meccanismo di pesi e contrappesi sarebbe in grado di porre rimedio. D’altronde non aveva già Platone individuato nella democrazia la penultima fase della degenerazione dei regimi politici, anticamera della finale tirannia ? Così per Khanna non vi sono dubbi: alla democrazia va sostituita la tecnocrazia diretta orientata dai dati digitali, che è in grado di cogliere dinamicamente i desideri dei cittadini, annullando nello stesso tempo la distorsione indotta dalla rappresentanza degli eletti, e il corto circuito tra interessi particolari e corruzione dei mediatori. E’ questa la “devoluzione” che compare nel sottotitolo dell’edizione italiana, termine che fino a qualche tempo fa indicava il trasferimento della potestà territoriale da un soggetto a un altro, e che qui vale invece a indicare, al tempo della smaterializzazione dei processi, il passaggio dal regime democratico alla forma più tecnologica e assoluta di governo, vale a dire alla fine delle elezioni politiche. Per proteggere la città dalla degenerazione Platone suggeriva di combinare la democrazia con l’aristocrazia, invocava un comitato di di Guardiani animati da spirito pubblico. I Guardiani della nostra epoca, anzi della prossima, dovrebbero essere appunto i tecnocrati, nel senso che la “vera tecnocrazia ha la virtù di essere sia utilitarista (nel senso di cercare inclusivamente il massimo vantaggio per la società) che meritocratico (dotata di leader molto qualificati e non corrotti)”. (…)

 

La rivolta delle piccole patrie ricche (Maurizio Ferrera, la Lettura Corriere della Sera)

Referendum consultivo sull’autonomia in Lombardia e Veneto (22 ottobre). Possibile referendum in Catalogna per un’eventuale secessione dalla Spagna. Nuova consultazione sull’indipendenza della Scozia collegata alla Brexit. Persino in Belgio la scissione completa tra Fiandre e Vallonia si sta affacciando in modo esplicito nel dibattito politico. Il rischio di disgregazione non riguarda più soltanto l’Unione Europea, ma sembra minacciare anche gli Stato nazionali. Un salto all’indietro di qualche secolo ? Un ritorno allo spezzatino territoriale che emerse con il declino del Sacro Romano Impero ? Qualcuno ci crede veramente. Nell’Unione Europea sono oggi attive quasi cinquanta formazioni autonomiste o separatiste. Fanno tutte parte dell’Alleanza per la Libertà, i cui rappresentanti siedono nel Parlamento dell’Ue. Sul sito dell’Alleanza compare una mappa che ridisegna il continente secondo le aspirazioni dei suoi membri. Resuscitano alcuni Stati un tempo indipendenti: non solo Scozia e Catalogna, ma anche Baviera e Savoia. Riemergono conflitti carichi di valore simbolico, come quelli dei regni moreschi musulmani nel Sud della Spagna. Compaiono poi varie piccole regioni che un tempo possedevano una qualche identità territoriale, poi disciolta nei più ampi calderoni nazionali: Bretagna, Cornovaglia, Frisia, Moravia, Alsazia. Nel suo complesso, si tratta di una topografia che ricalca in misura sorprendente le mappe del XIV secolo, prima che prendesse avvio il processo di formazione degli Stati nazionali. Molti movimenti indipendentisti rappresentano sparute minoranze, mosse da utopiche nostalgie per passati che non possono tornare e spesso da valori e obiettivi dichiaratamente xenofobi. I partiti più forti e importanti riflettono la presenza di differenze linguistiche o religiose all’interno dei loro Paesi. Le formazioni più attive, sia a livello europeo sia nazionale, sono però quelle insediate in territori ricchi. Qui, alle motivazioni teoriche, politiche o culturali si aggiunge la convenienza economica. Per queste ragioni, diventare autonome significherebbe sottrarsi all’obbligo di contribuire al bilancio nazionale e di redistribuire una parte del proprio gettito verso le aree più povere. E’ quanto affermano in modo esplicito i partiti autonomisti di Catalogna, Fiandre, Lombardia, Veneto. Ma il tema della redistribuzione territoriale delle risorse è diventato sempre più controverso anche in Germania, Austria e persino nei Paesi nordici (dove pure non ci sono partiti indipendentisti). (…)

Voltaire, storia universale della menzogna (Armando Massarenti, Domenica Il Sole 24 Ore)

Voltaire, Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni (Einaudi, I Millenni)

(…) Voltaire può essere oggi, sia detto per inciso, un utile toccasana per tentazioni alla Fukuyama di dichiarare improbabili fini della storia. Voltaire intendeva, più modestamente, mettere al servizio della storia umana, oltre alle proprie straordinarie doti letterarie, una filosofia capace di smascherare, attraverso la ragione e lo spirito critico, le infinite assurdità che erano contenute nelle ricostruzioni correnti, le quali non si preoccupavano di distinguere i fatti (più o meno probabili) dai pregiudizi, la superstizione, le dicerie, le favole irrazionali, i veri e propri imbrogli del potere religioso e politico. La ragione è anche riconosciuta come un sia pur fragile fattore di progresso, che si manifesta a sprazzi in una umanità in cui prevale l’opinione fallace e incontrollata. La religione, d’altro canto, di cui Voltaire riconosce nelle culture più diverse una base morale universale, si manifesta però in varie forme di fanatismo, di violenza e di oscurantismo. (…)

 

Giudizio storico – citazioni da Hannah Arendt, Vita activa

dal Prologo:

(…) gli uomini nella pluralità, cioè gli uomini in quanto vivono, si muovono e agiscono in questo mondo, possono fare esperienze significative solo quando possono parlare e attribuire reciprocamente un senso alle loro riflessioni. (…)

(…) Ancora più prossimo, e forse altrettanto decisivo, è un altro evento non meno temibile, l’avvento dell’automazione, che in pochi decenni vuoterà probabilmente le fabbriche e libererà il genere umano dal suo più antico e più naturale fardello, il giogo del lavoro e la schiavitù della necessità. (…) E’ una società di lavoratori quella che sta per essere liberata dalle pastoie del lavoro, ed è una società che non conosce più quelle attività superiori e più significative in nome delle quali tale libertà meriterebbe di essere conquistata. In seno a questa società, che è egualitaria perché tale è il modo in cui il lavoro fa vivere gli uomini, non c’è classe, aristocrazia politica o spirituale da cui possa partire una restaurazione delle altre capacità dell’uomo. Persino i presidenti, i re e i primi ministri considerano le loro funzioni come un lavoro necessario alla vita della società, e anche tra gli intellettuali sono rimasti solo pochi individui isolati a considerare il loro lavoro come un’attività creativa piuttosto che come un mezzo di sussistenza. Ci troviamo di fronte alla prospettiva di una società di lavoratori senza lavoro, privati cioè della sola attività rimasta loro. Certamente non potrebbe esserci niente di peggio. (…)

Ciò che io propongo piuttosto nelle pagine che seguono è una riconsiderazione della condizione umana dal punto di vista privilegiato che ci concedono le nostre più avanzate esperienze e le nostre più recenti paure. Questo, evidentemente, è materia del pensiero, e la mancanza di pensiero – l’incurante superficialità o la confusione senza speranza o la ripetizione compiacente di “verità” diventate vuote e trite – mi sembra tra le principali caratteristiche del nostro tempo. Quello che io propongo, perciò, è molto semplice: niente di più che pensare a ciò che facciamo. (…)

 

Giudizio storico – citazioni da Donatella Di Cesare, Terrore e modernità (Giulio Einaudi editore 2017)

Pag. 63-64

(…) Nel Novecento a prevalere è la tecnica del terrore come modalità di dominio. Ma anche di sterminio. Come ha spiegato Hannah Arendt, il terrore non si limita a eliminare l’opposizione e, dominando supremo, diventa “terrore totale”. Si rivolge perciò non solo contro i nemici, ma anche contro gli amici. Sta qui, peraltro, la differenza fra tirannide e regime totalitario, che spesso vengono confusi. In tal senso il terrore è “l’essenza del potere totalitario”. Qui la rigidità giunge al punto che, a essere soppressa, non è la libertà, bensì ogni spazio di movimento. Un vincolo di ferro fonde i molti nell’uno. Il terrore non è uno strumento di governo – piuttosto è il terrore stesso che governa. Questo vuol dire “ordine del terrore”. Nel descrivere quel potere che divora il popolo, cioè il proprio corpo, e contiene in sé i germi dell’autodistruzione. Arendt sottolinea il modo in cui il terrore utilizza ai propri fini, insieme alla sua superficialità, lo “sradicamento” di ogni essere umano. Essere sradicati vuol dire non sentirsi più a casa nel mondo. Ma è Horkheimer a indicare per la prima volta, nel 1950, il rischio di “un mondo minacciato dal terrore”. Si può leggere già qui il preludio dell’atmoterrorismo. Il terrore diventa un’atmosfera. Non è più uno strumento di governo, e neppure governa con il suo ordine ferreo. Piuttosto lascia che, in una sua apparente assenza, ciascuno sia consegnato al vuoto planetario, esposto all’abisso cosmico. Non occorre alcuna minaccia – perché le minacce sembrano anzi provenire dall’esterno. La richiesta di difesa diventa ovvia. Ed è quel che accade nella democrazia post-totalitaria che non può dirsi, dunque esente da una condivisa atmosfera di terrore. La spaesatezza appare insopportabile, anche perché si è ormai tradotta nel bando progressivo dell’esistenza da tutte le nicchie in cui si sentiva protetta. Ecco perché il terrore attuale si rivela l’opposto dell’angoscia: anziché dischiudere l’autenticità spiega l’esistenza, la deprime, la condanna alla ricerca di un’asfittica e pericolosa sicurezza. (…)

 

Giudizio storico – citazioni da Byung-Chul Han, L’espulsione dell’Altro (nottetempo 2017)

Pagg 30-31-32-33-34-35

(…) Oggi si parla molto di autenticità e, come ogni réclame del neoliberismo, essa si presenta sotto una veste di emancipazione. Essere autentici significa essere liberi da modelli di espressione e di comportamento precostituiti e stabiliti dall’esterno. Da qui viene l’obbligo di somigliare solo a se stessi, di definirsi solo attraverso se stessi, di essere anzi gli autori e gli artefici di se stessi. L’imperativo dell’autenticità promuove un dialogo verso se stessi, un obbligo a consultare di continuo se stessi, ad auscultarsi, a scrutarsi, ad assediare se stessi. Esso intensifica in tal modo l’egocentrismo narcisistico. L’obbligo all’autenticità costringe l’io a produrre se stesso. L’autenticità è in definitiva la forma di produzione neoliberistica del Sé, poiché rende ognuno il produttore di se stesso. L’io, in quanto imprenditore di se stesso, produce se stesso, è la performance di se stesso e si offre come merce. L’autenticità è un fattore di incremento delle vendite. Lo sforzo di essere autentici, di somigliare soltanto a se stessi, provoca un continuo paragone con gli altri. La logica del paragonarsi (…) porta a trasformare l’essere-diverso nell’essere-Uguale (…). Così l’autenticità dell’essere-diverso consolida la conformità sociale, poiché ammette soltanto le differenze conformi al sistema, cioè la diversità. La diversità in qualità di termine neoliberistico è una risorsa che può essere sfruttata. Perciò si oppone all’alterità, la quale si sottrae a ogni valorizzazione economica. (…) Nel suo essere una forma neoliberistica di produzione, l’autenticità genera differenze commutabili, e in questo modo accresce la varietà di merci attraverso cui l’autenticità viene materializzata. Gli individui esprimono la loro autenticità soprattutto attraverso il consumo. L’imperativo dell’autenticità non porta alla formazione di un individuo autonomo, sovrano. L’individuo, piuttosto, viene completamente sequestrato dal profitto. (…) L’angoscia sorge quando nessun oggetto è più occupato dalla libido. Il mondo diventa in tal modo vuoto e privo di senso. A causa della mancanza di un vincolo oggettuale, l’io viene rigettato su se stesso. E così si spezza. La depressione deve essere ricondotta alla congestione narcisistica della libido rivolta all’io. (…) Solo l’eros dà vita all’organismo. Questo vale anche per la società, l’eccessivo narcisismo la destabilizza. La mancanza di autostima, che è alla base dell’autolesionismo, del praticare tagli sul proprio corpo, indica una generale crisi di gratificazione della nostra società. Il sentimento di autostima non lo posso produrre io stesso. Perchè nasca, ho bisogno dell’altro quale istanza di gratificazione, l’altro che mi ama, mi loda, mi riconosce e mi stima. L’isolamento narcisistico dell’uomo, la strumentalizzazione dell’altro, la concorrenza universale distruggono il clima di gratificazione. (…) Responsabile dell’autolesionismo è proprio il non avere sensazione del proprio essere. Praticarsi dei tagli non è soltanto un rituale di auto-punizione per la propria inadeguatezza, tipico dell’attuale società della prestazione e dell’ottimizzazione, ma anche un grido che chiede amore. Il sentimento di vuoto è un sintomo fondamentale della depressione e del disturbo borderline della personalità. Spesso le persone borderline non sono in grado di sentire se stesse. (…) Io incontro e sento me stesso solo grazie all’incontro con l’altro. La presenza dell’altro è dimensione costitutiva per la costruzione di un sé stabile. (…)

 

Giudizio storico – citazioni da Laura Formenti, Formazione e trasformazione. Un modello complesso (Raffaello Cortina Editore 2017)

Pagg 30 – 31

(…) Comporre un testo, un disegno, una danza è un’azione concreta, materiale e insieme misteriosa, polisemica, opaca; compone localmente, nel tempo e nello spazio, ciò che era (stato) separato, o appariva tale, e riesce così a dare una forma organica provvisoria a ciò che appariva frammentato, informe, inconoscibile, indicibile. La composizione dell’opera aggira la coscienza, e in tal modo opera una sintesi provvisoria, una connessione armonica di vari elementi dentro un contesto unificatore. Non ambisce alla Verità, né al Potere, ma alla Grazia (Bateson, 1967). (…) Nella formazione viene costantemente, tacitamente posta un duplice domanda: “Chi sono io per te, chi sei tu per me ?”. Dove c’è una storia, dove c’è ricerca o formazione, ci sono almeno un narratore e un ascoltatore (o lettore) che prendono posizione l’uno rispetto all’altro. Si definiscono reciprocamente nella relazione. Non si tratta “solo” di una metafora: stare di fronte, al fianco, schiena contro schiena, sovra-porsi  e sotto-mettersi sono innanzitutto gesti, posizioni, movimenti del corpo. Il con-frontarsi o l’af-fiancarsi diventano danza relazionale, anche questa declinabile in infiniti modi, con ritmi e stili che si rinnovano continuamente. Il posizionamento reciproco – e la sua evoluzione – è parte integrante di ogni processi di formazione, che può essere letto come un tipo particolare di relazione nella quale la res, il collante relazionale, è l’apprendimento. Potremmo dire che raccontare a qualcuno “come sono diventata quella che sono” è un modo per definire quale tipo di relazione formativa, di danza, è in corso. Questo livello di composizione si prende cura di quei contesti educativi dai quali la relazione è sistematicamente espunta, perché tutti concentrati sui contenuti e sui risultati (vedi la scuola). Formare e formarsi è innanzitutto cogliere la reciprocità del posizionamento, l’interdipendenza tra i partecipanti. Dove sta l’altro e dove sto io ? Come ci muoviamo l’uno rispetto all’altro ? I temi dell’incontro e del riconoscimento, così come della differenza e del conflitto, sono centrali per la formazione. Il posizionamento è concreto, materiale e insieme spirituale, affettivo, etico. Quale accoppiamento strutturale (Maturana, Varela, 1980, 1984) genera la reciprocità della formazione, sia essa costituita come una relazione complementare o simmetrica, o entrambe ? Un comune errore di livello logico porta a confondere l’asimmetria dei ruoli (per esempio, insegnante-allievo, genitore-figlio) con la differenza di potere. La relazione tra esseri umani è sempre reciproca, sempre marcata dall’interdipendenza, anche quando uno è vittima e l’altro aggressore, quando uno sa e l’altro non sa. Per poter insegnare ho bisogno che l’altro accetti di essere allievo. Tutti i partecipanti a una relazione hanno la possibilità e la responsabilità di posizionarsi, cioè di definirsi in relazione agli altri e definire gli altri in relazione a sé. Ma attenzione: non si tratta quasi mai di una scelta consapevole, “non si decide di danzare come da programma, ma lo si fa, molto semplicemente si danza. E all’improvviso ci si gira, si vede ancora qualcosa di nuovo, di totalmente inaspettato” (von Foerster, Porksen, 1997, p. 38).

 

Giudizio storico – citazioni da Hannah Arendt, Vita Activa

dal Prologo

(…) Se la conoscenza (nel senso moderno di know-how, di competenza tecnica) si separasse irreparabilmente dal pensiero, allora diventeremmo esseri senza speranza, schiavi non tanto delle nostre macchine quanto della nostra competenza, creature prive di pensiero alla mercé di ogni dispositivo tecnicamente possibile per quanto micidiale. (…) la situazione creata dalle scienze assume una grande portata politica. Ogni volta che è in gioco il linguaggio, la situazione diviene politica per definizione, perché è il linguaggio che fa dell’uomo un essere politico. Se, come tanto spesso siamo sollecitati a fare, seguissimo il consiglio di adeguare il senso della nostra cultura allo stato attuale delle realizzazioni scientifiche, dovremmo evidentemente adottare un sistema di vita in cui il linguaggio non sarebbe più significativo. Infatti le scienze oggi sono state costrette ad adottare un “linguaggio” di simboli matematici che, sebbene, inteso inizialmente solo come abbreviazione di proposizioni discorsive, contiene ora enunciati tali da non poter essere in nessun modo introdotti nel discorso. Il motivo per cui sarebbe forse saggio diffidare del giudizio politico degli scienziati in quanto scienziati non è tanto la loro mancanza di “carattere” per non essersi rifiutati di creare le armi atomiche – o la loro ingenuità per non aver compreso che, una volta realizzate, essi sarebbero stati gli ultimi a venire consultati sul loro uso – ma il fatto che essi si muovono in un mondo in cui il linguaggio ha perduto il suo potere. (…)