Ricerca critica (Arjun Appadurai)

Arjun Appadurai – La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo (Feltrinelli, 2017)

(…) Oggi (…) le elezioni sono diventate un modo per “uscire” dalla democrazia stessa, anziché essere un mezzo per risanare e problematizzare la politica in modo democratico. (…) La sensazione di averne abbastanza della democrazia ha oggi una logica e un contesto particolari sotto almeno tre aspetti. Il primo è che la diffusione di internet e dei social media presso fasce sempre più ampie della popolazione, unita alle possibilità di mobilitazione, propaganda, costruzione identitaria e ricerca di propri simili fornite dalla rete, ha generato la pericolosa illusione che sia possibile trovare pari, alleati, amici, collaboratori, convertiti e colleghi indipendentemente da chi siamo e da cosa vogliamo. Il secondo è il fatto che ogni singolo stato-nazione ha perso terreno nella battaglia per la difesa di una minima sovranità economica. Il terzo fattore è che la diffusione su scala globale dell’ideologia dei diritti umani ha garantito un riconoscimento minimo alle istanze di estranei, stranieri e migranti in praticamente ogni paese del mondo, anche a fronte di accoglienze ostili e dure condizioni di permanenza. Uniti, questi tre aspetti hanno acutizzato l’intolleranza generale per i processi regolari, la razionalità deliberativa e la pazienza politica richiesti dai sistemi democratici. Se aggiungiamo la crescente disuguaglianza economica nel mondo, l’erosione del welfare e la penetrazione planetaria di quelle industrie che prosperano diffondendo l’idea di un disastro finanziario imminente, ecco che l’impazienza per i tempi lenti della democrazia viene aggravata da un clima costante di panico economico. (…) Si sta quindi scrivendo un nuovo capitolo nella storia mondiale dei populismi autoritari, un capitolo fondato sulla coincidenza parziale tra le ambizioni e le promesse dei leader e la mentalità dei seguaci. Questi leader odiano la democrazia perché rappresenta un ostacolo alla loro ricerca monomaniacale del potere. I seguaci sono vittime dell’insofferenza verso la democrazia al punto che vedono nella politica elettorale il modo migliore per uscire dalla democrazia stessa. Questo disprezzo e questa stanchezza trovano un terreno comune nello spazio della sovranità culturale, messa in opera nelle narrazioni di vittoria razziale di maggioranze indignate, di purezza etnica nazionale e di rinascita globale tramite le promesse del soft power. Questo terreno comune culturale nasconde inevitabilmente le profonde contraddizioni che esistono tra le politiche economiche neoliberiste di molti di questi leader autoritari e il loro ben noto capitalismo clientelare, da un lato, e le sofferenze e le angosce economiche autentiche della maggioranza dei loro sostenitori, dall’altro. Esso è anche il terreno di una nuova politica di esclusione i cui bersagli sono i migranti o le minoranze etniche interne, oppure entrambi. (…)

 

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