Ricerca critica (Zygmunt Bauman)

Zygmunt Bauman – La grande regressione. Quindici intellettuali da tutto il mondo spiegano la crisi del nostro tempo (Feltrinelli, 2017)

(…) Oggi ci rendiamo conto che tutti gli espedienti e gli stratagemmi considerati fino a poco tempo fa efficienti , se non infallibili, quando si trattava di resistere e di far fronte ai pericoli delle crisi hanno superato o stanno per superare la data di scadenza. Non abbiamo però la minima idea di come sostituirli. La speranza e la volontà di riportare la storia sotto il controllo dell’uomo non sono affatto venute meno mentre la storia umana, con i suoi passi da gigante, contendeva e strappava alle catastrofi naturali il primato dell’imprevedibilità e dell’incontrollabilità. Se crediamo ancora al “progresso” (il che non è affatto scontato), ora tendiamo a concepirlo come un insieme di benedizioni e maledizioni, anche se queste ultime aumentano sempre di più e le prime sono sempre più rare. Mentre le generazioni precedenti vedevano nel futuro il luogo più sicuro e promettente verso cui rivolgere le proprie speranze, noi tendiamo a proiettare su di esso soprattutto le nostre paure, le nostre angosce e le nostre apprensioni: la crescente mancanza di lavoro, la diminuzione dei salari, che riduce le possibilità di vita nostre e dei nostri figli, la grande fragilità delle posizioni sociali e la provvisorietà degli obiettivi esistenziali, lo scarto sempre maggiore tra gli strumenti, le risorse e le abilità di cui disponiamo e l’enormità delle sfide che dobbiamo affrontare. Più di ogni altra cosa, abbiamo l’impressione di perdere il controllo delle nostre vite, ridotti a pedine mosse avanti e indietro sullo scacchiere da giocatori sconosciuti indifferenti ai nostri bisogni, se non apertamente ostili e crudeli, e pronti a sacrificarci nel perseguimento dei loro obiettivi. Il pensiero del futuro, fino a poco tempo fa sinonimo di più confort e meno disagi, tende oggi a evocare spesso la prospettiva terribile di essere riconosciuti e classificati come incapaci e inadatti al compito, di perdere valore e dignità e, per questa ragione, di essere emarginati ed esclusi. (…)

 

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