Parole al centro – Il ritorno della storia e la fine dei sogni (Robert Kagan) – II parte

(Il ritorno della storia e la fine dei sogni, Mondadori 2008)

Il ritorno del nazionalismo da grande potenza

Le speranze per l’alba di una nuova era della storia umana si fondavano su una singolare circostanza internazionale: la temporanea mancanza della tradizionale competizione fra grandi potenze. Per secoli la loro lotta per ottenere influenza, ricchezza, sicurezza, prestigio e onore era stata la causa prima di battaglie e conflitti. Durante la guerra fredda, per oltre quattro decenni lo scontro era rimasto circoscritto alle due grandi superpotenze: la rigida bipolarità dell’ordine mondiale frenava la normale tendenza a emergere di altri protagonisti.

(…) i realisti avevano una più precisa comprensione della immutabile natura degli esseri umani: il mondo stava vivendo non una trasformazione, ma solo un momento di pausa nell’eterna competizione fra popoli e nazioni.

Nel corso degli anni Novanta questa competizione è tornata in scena nel momento stesso in cui, una dopo l’altra, nuove potenze in ascesa sono entrate, oppure rientrate, nel campo di battaglia. Prima la Cina e poi l’India hanno vissuto un’esplosione eccezionale della crescita economica, accompagnata da un graduale ma sostanziale rafforzamento della loro capacità militare, tanto convenzionale quanto nucleare. Dall’inizio del XXI secolo il Giappone si è ormai avviato verso una graduale ripresa economica e ha assunto un ruolo internazionale più attivo sia sul piano  diplomatico sia su quello militare. Poi è stata la volta della Russia, che dal disastro economico in cui si trovava è passata a una costante crescita fondata sull’esportazione delle sue enormi riserve di petrolio e di gas naturale.

Oggi, una nuova configurazione di potere sta riplasmando l’ordine internazionale. Si tratta di un mondo formato da “una sola superpotenza e molte grandi potenze”, come hanno affermato i politologi cinesi ! Il nazionalismo e la stessa idea di nazione, ben lungi dal venire indeboliti dalla globalizzazione, sono tornati alla ribalta più vigorosi che mai. I nazionalismi etnici continuano a ribollire nei Balcani e nelle ex repubbliche sovietiche.

Ancora più significativo è il ritorno nel nazionalismo delle grandi potenze. Invece di un diverso ordine mondiale, i loro interessi e le loro aspirazioni contrastanti stanno di nuovo dando vita a un complicato balletto di alleanze e controalleanze che un diplomatico del XIX secolo riconoscerebbe a prima vista. E stanno anche scavando linee di frattura geopolitica nei punti in cui le loro ambizioni si sovrappongono ed entrano in conflitto; ed è proprio qui che, con ogni probabilità, si produrranno le scosse sismiche del futuro.

L’ascesa della Russia

Se la Russia è stata il luogo in cui la storia è drammaticamente terminata due decenni fa, oggi è il luogo dove ha fatto ancor più drammaticamente il suo ritorno. Il paese ha fermato la propria svolta verso il liberalismo e ha fatto marcia indietro, e lo stesso vale per la sua politica estera. La concentrazione del potere nelle mani di Vladimir Putin è stata accompagnata da un abbandono della politica estera integrazionista promossa da Eltsin e Kozyrev. In Russia è tornato in scena il nazionalismo da grande potenza, con tutte le sue ambizioni e i suoi calcoli.

Malgrado l’opinione contraria di molti occidentali, la Russia è una grande potenza ed è orgogliosa di essere una forza della quale si deve tenere conto sul palcoscenico internazionale. Non è più una superpotenza e forse non potrù mai tornare a esserlo. Ma nei termini di ciò che i cinesi definiscono “potenza nazionale complessiva” (vale a dire la combinazione della forza economica, militare e diplomatica), la Russia è oggi uno dei principali protagonisti del pianeta.

Il potere è la capacità di obbligare gli altri a fare ciò che si vuole e di impedire loro di fare ciò che non si vuole. Grazie alle sue risorse naturali, alla sua ricchezza, al diritto di voto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché all’influenza che esercita in tutta l’Eurasia, la Russia è diventata una protagonista di primo piano in ogni questione internazionale, dall’architettura strategica dell’Europa alla politica petrolifera dell’Asia centrale e ai progetti di sviluppo nucleare dell’Iran e della Corea del Nord.

La nuova impressione di potenza del paese alimenta oggi il nazionalismo, dando via libera a profondi risentimenti e suscitando un senso di umiliazione. Oggi i suoi cittadini non ritengono più le concilianti politiche adottate da Mosca negli anni Novanta segni di governo illuminato. La mancata opposizione all’allargamento della Nato, il ritiro delle truppe dalle repubbliche dell’ex Unione Sovietica, la concessione dell’indipendenza all’Ucraina, alla Georgia e agli stati baltici, l’accettazione di una crescente influenza americana ed europea in Europa centrale, nel Caucaso e in Asia centrale: oggi i russi considerano tali accordi del periodo immediatamente successivo alla fine della guerra fredda un vero e proprio atto di resa imposto da Stati Uniti ed Europa in un momento di debolezza della loro patria.

Quando ha definito il collasso dell’Unione Sovietica “la più grande catastrofe politica del secolo”, Putin ha di certo sbalordito l’Occidente liberale, ma ha anche toccato una corda sensibile nell’animo dei suoi compatrioti. Non che essi desiderino il ritorno del comunismo sovietico (sebbene vi sia stato persino un sorprendente recupero della memoria di Stalin). Desiderano però il ritorno dei giorni in cui la Russia era una nazione rispettata da tutti, capace di esercitare un’influenza internazionale e di salvaguardare i propri interessi.

Oggi i leader russi cercano di riconquistare la potenza e l’influenza globali che avevano perso alla fine della guerra fredda. La loro grande ambizione è quella di annullare la situazione che ne era derivata e di ristabilire la loro nazione come potenza dominante dell’Eurasia e una delle due o tre grandi potenze mondiali.

Questo non è esattamente ciò che le democrazie occidentali speravano o si aspettavano negli anni Novanta. Esse ritenevano di essere state più che generose quando, dopo la fine della guerra fredda, si erano offerte di accogliere la Russia nella casa europea e nelle loro istituzioni politiche ed economiche internazionali.

(…) la classe dirigente russa, sempre più intrisa di sentimenti nazionalisti, non si accontenta più di essere invitata nel club occidentale in base agli stessi termini concessi a ogni altra nazione. Come dice Dmitri Trenin, la Russia sarebbe pronta a unirsi all’Occidente soltanto “se le fosse offerta una sorta di co-presidenza del club occidentale” e se le fosse riconosciuto il “giusto posto nel mondo insieme agli Stati Uniti e alla Cina”. Oggi i suoi leader non desiderano l’integrazione nell’Occidente, ma il ritorno a una sorta di grandezza.

Lord Palmeston osservò una volta che le nazioni non hanno amici permanenti, ma solo interessi permanenti. Tuttavia, la percezione che una nazione ha dei propri interessi non è immutabile. Muta, invece, seguendo il cambiamento della percezione del potere: nuovo potere significa nuove ambizioni, o il ritorno delle antiche, e ciò vale non soltanto per la Russia, ma per tutti gli stati. I teorici di relazioni internazionali parlano di potenze dello “status quo; ma una nazione non è mai del tutto soddisfatta. Non appena viene raggiunto un orizzonte, ecco che se ne apre presto un altro. Ciò che prima era inimmaginabile diventa immaginabile e subito dopo desiderabile. Il desiderio si trasforma in ambizione, e l’ambizione in interesse. Una nazione più potente non è necessariamente una nazione più soddisfatta. Anzi, può essere il contrario.

Oggi la Russia desidera ciò che le grandi potenze hanno sempre desiderato: mantenere un’influenza predominante nelle regioni di maggior interesse e impedire che altre grandi potenze possano esercitarvi la propria. Se riuscisse a stabilire questo predominio regionale, le sue ambizioni aumenterebbero, proprio come accade per tutte le altre grandi potenze. Quando, alla fine del XIX secolo, si imposero come la nazione dominante dell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti non si accontentarono di tale risultato, ma rivolsero il loro sguardo verso nuovi orizzonti in Asia orientale e nel Pacifico. Oggi l’immagine che la Russia ha di se stessa è quella di una potenza mondiale, con interessi e ramificazioni globali.

Sul piano geopolitico Russia e Unione Europea sono vicini di casa. Ma sul piano geopolitico vivono in due secoli diversi. L’Unione Europea del XXI secolo, animata dalla nobile ambizione di trascendere la politica di potenza e di guidare il mondo verso un nuovo ordine internazionale fondato sulle leggi e le istituzioni, deve ora affrontare una Russia che si presenta ancora come un tradizionale esponente del XIX secolo, impegnato nell’antica politica di potenza. Entrambe sono condizionate dalla loro storia. Lo spirito postmoderno e postnazionale dell’Unione è stato la risposta dell’Europa agli spaventosi conflitti del XX secolo, nel corso del quale il nazionalismo e le ambizioni degli stati hanno provocato per ben due volte la distruzione del continente. L’orientamento dell’azione russa all’estero è stato determinato dalla percezione del fallimento della politica postnazionale” attuata dopo il collasso dell’Unione Sovietica. L’incubo dell’Europa sono gli anni Trenta, quello della Russia gli anni Novanta. L’Europa individua la soluzione dei suoi problemi nel trascendimento dello stato-nazione e della sua politica di potenza. Per i russi, invece, la soluzione sta nel loro ripristino.

Gli europei sono preoccupati e hanno buoni motivi per esserlo. Negli anni Novanta le loro nazioni hanno fatto una gigantesca scommessa, puntando sul nuovo ordine mondiale, sulla priorità della geoeconomia sulla geopolitica, su un mondo nel quale l’economia europea, estremamente ampia e produttiva, avrebbe fatto concorrenza da pari a pari a Stati Uniti e Cina. Hanno così rinunciato a buona parte della propria sovranità politica ed economica per rafforzare le istituzioni comunitarie di Bruxelles. Hanno ridotto le spese per la difesa e rallentato il ritmo di modernizzazione degli apparati militari, presupponendo che ormai il soft power contasse più dell’hard power. Erano convinte che il Vecchio Continente sarebbe diventato un modello per tutti, e in un mondo plasmato secondo quel modello, l’Europa sarebbe stata forte.

Per un pò di tempo la scommessa sembrò vincente. L’Unione Europea esercitava un’indiscutibile forza attrattiva, soprattutto sui paesi vicini. Era una vasta isola di relativa stabilità in un oceano globale in tempesta. Con la Russia fiaccata, l’Europa, cui si aggiungeva la promessa garanzia della sicurezza americana, attraeva nell’orbita occidentale praticamente ogni paese dell’Est.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’espansione di questo impero volontario ha subito un rallentamento. L’allargamento della UE a ventisette componenti ha creato ai membri originari problemi di digestione e molti europei non sono affatto disposti ad accettare l’incombente prospettiva di dover accogliere la Turchia, con i suoi quasi ottanta milioni di musulmani. Ma la battuta di arresto nell’allargamento non si spiega soltanto con la paura dei turchi e degli “idraulici polacchi”. Quando la UE ha accolto nel suo seno gli stati dell’ex Patto di Varsavia e i paesi baltici ha acquisito non solo dei nuovi membri orientali, ma anche un nuovo problema orientale. O meglio, una nuova versione del vecchio problema orientale: l’antica rivalità tra la Russia e i suoi vicini. Insieme alla Polonia, l’Unione ha inglobato anche l’inimicizia e la diffidenza della Russia (e della Germania). Insieme ai paesi baltici, ha accolto anche la loro paura della Russia e dell’ampia minoranza di russi presente entro i loro confini.

Sembravano problemi di fondo risolvibili finché la Russia avesse proseguito il suo cammino sul percorso integrazionista e postmoderno, o almeno finché fosse rimasta debole e assorbita da difficoltà interne. Ma con il paese di nuovo in pedi e impegnato a riottenere il proprio status di grande potenza, compreso il predominio nelle sue tradizionali sfere di influenza, l’Europa si è ritrovata in una posizione di competizione geopolitica del tutto inaspettata e indesiderata. Questa grande entità del XXI secolo si è invischiata, in forza del suo stesso allargamento, in un classico confronto da XIX secolo.

L’Europa non è preparata, né sul piano istituzionale né su quello temperamentale, a prendere parte a quella partita geopolitica che la Russia è pronta a giocare nel suo “cortile di casa”.  Alla sua potente forza attrattiva la Russia ha risposto impiegando le antiche forme di coercizione per punire o deporre i leader filoccidentali.

Non è difficile immaginare con i fremiti che corrono lungo la linea di faglia eurorussa potrebbero trasformarsi in aperto confronto.

Siamo davvero agli antipodi rispetto alla visione e alle speranze dell’epoca successiva alla fine della guerra fredda. Negli anni Novanta i paesi democratici si aspettavano che una Russia più ricca sarebbe stata anche una Russia più liberale, in patria come all’estero. Ma la storia insegna che l’ampliamento dei traffici commerciali e l’acquisizione di ricchezza da parte delle nazioni non produce sempre una maggiore armonia globale. Spesso ha invece scatenato una più aspra competizione.

Alla fine della guerra fredda la speranza era che le nazioni avrebbero perseguito l’integrazione economica come alternativa alla competizione geopolitica che avrebbero cercato il soft power dell’impegno commerciale e della crescita economica e rinunciato all’hard power della forza militare o dello scontro geopolitico.

Ma le nazioni non sono necessariamente obbligate a scegliere fra queste due alternative. Esiste un altro paradigma – che possiamo definire “nazione prospera ed esercito forte” , riprendendo lo slogan del risorgente Giappone di Meiji alla fine del XIX secolo – in virtù del quale le nazioni aspirano all’integrazione economica e all’adeguamento alle istituzioni occidentali non per rinunciare alla lotta geopolitica, bensì per combatterla con maggior successo.

 

Parole al centro – Il ritorno della storia e la fine dei sogni (Robert Kagan)

(Il ritorno della storia e la fine dei sogni, Mondadori 2008)

Il mondo è tornato a essere normale. Gli anni seguiti alla fine della guerra fredda avevano generato l’impressione che fosse sorto un nuovo tipo di ordine internazionale caratterizzato dalla scomparsa egli stati-nazione o dalla loro crescita comune, dalla soluzione dei contrasti ideologici, dalla mescolanza delle culture e dai commerci e comunicazioni sempre più liberi. Il mondo democratico moderno ha cercato di convincersi che la fine di quel conflitto non segnasse semplicemente la conclusione di un ben preciso scontro strategico e ideologico, ma anche quella di qualsiasi scontro ideologico o strategico. Comuni cittadini e classi classi dirigenti sognavano “un mondo trasformato”.

Ma era solo un miraggio. Il mondo non si è trasformato. Quasi ovunque, lo stato-nazione mantiene intatta la sua forza, e lo stesso vale per le ambizioni nazionalistiche, le passioni e le rivalità tra popoli che hanno determinato il corso della storia. Gli Stati Uniti rimangono la sola superpotenza mondiale. Ma la competizione internazionale fra le potenze è tornata in primo piano, con Russia, Cina, Europa, Giappone, India, Iran, gli stessi Stati Uniti e altri paesi ancora che si contendono la conquista del predominio regionale.

Gli scontri per il prestigio e l’influenza mondiali sono nuovamente un elemento caratteristico degli affari internazionali. E’ riemersa anche l’antica rivalità fra il liberalismo e l’autocrazia, e le grandi potenze del pianeta si schierano in un campo o nell’altro a seconda della forma di governo che le connota.

Un conflitto ancora più antico è poi riesploso fra gli islamisti radicali e le moderne culture laiche, accusate di essere penetrate nel mondo musulmano e averlo dominato e corrotto. Nello stesso momento in cui questi tre scontri epocali si combinano e confluiscono l’uno nell’altro, la promessa di una nuova era di convergenza internazionale svanisce sotto i nostri occhi. Siamo entrati in un’epoca di “divergenza”.

La storia è tornata in scena, e i paesi democratici devono unirsi per indirizzarne il corso, altrimenti saranno altri a farlo.

Sogni e speranze

All’inizio degli anni Novanta regnava una quasi universale e comprensibile atmosfera di ottimismo. Il collasso dell’impero comunista e l’apparente processo di democratizzazione avviato dalla Russia sembravano annunciare una nuova era di convergenza globale. I grandi rivali della guerra fredda si trovavano all’improvviso ad avere molte aspirazioni comuni, compreso il desiderio di integrazione economica e politica. Anche dopo l’inizio della repressione politica in occasione degli eventi di piazza Tienammen nel 1989, e gli inquietanti segnali di instabilità provenienti dall’ex Unione Sovietica a partire dal 1993, la maggior parte degli americani e degli europei rimaneva convinta che Cina e Russia si fossero ormai avviate in modo definitivo sulla strada del liberalismo.

Questo genere di determinismo ha caratterizzato la riflessione del periodo successivo alla guerra fredda. Secondo l’opinione più diffusa, in un’economia globalizzata le nazioni, se volevano rimanere competitive e sopravvivere, non avevano altra scelta che procedere a una liberalizzazione, prima in campo economico e poi anche in quello politico.

Poiché il capitalismo democratico era il modello di maggior  successo per le società in via di sviluppo, tutte avrebbero prima o poi scelto questa via. Nella battaglia delle idee, il liberalismo aveva trionfato. Come ha scritto Francis Fukuyama in un suo celebre saggio, “alla fine della storia, la democrazia liberale non ha più seri rivali sul piano ideologico”.

Il determinismo economico e ideologico degli anni immediatamente successivi alla fine della guerra fredda ha generato due convinzioni che hanno influenzato sia gli orientamenti politici sia le aspettative della gente. La prima era che il progresso umano fosse inevitabile, che si storia si muove in un’unica direzione: fede nata con l’Illuminismo, poi frantumata dalla brutalità del XX secolo, ma risorta a nuova vita grazie alla caduta del comunismo. La seconda era che fossero necessarie pazienza e moderazione: anziché affrontare e sfidare le autocrazie, bisognava inserirle nell’economia globale, sostenere lo stato di diritto e la creazione di più solide istituzioni statali, lasciando che le forze ineluttabili del progresso umano compissero la loro magica opera.

Ora che il mondo stava convergendo verso i principi condivisi del liberalismo illuminista, la grande missione della generazione post guerra fredda era costruire un sistema di leggi e istituzioni internazionali ancora migliore, realizzando le profezie del pensiero illuminista del XVII e XVIII secolo. Un mondo di governi liberali sarebbe stato un mondo senza guerre, proprio come aveva immaginato Kant.

Nel 1991 il presidente americano George H.W. Bush parlò di un “nuovo ordine mondiale” in cui “le nazioni del mondo, Oriente e Occidente, Nord e Sud, possono prosperare e vivere in armonia”, in cui “il regno della legge sostituisce la legge della giungla”, in cui le nazioni “riconoscono la comune responsabilità per la libertà e la giustizia”. Insomma, “un mondo molto diverso da quello che abbiamo finora conosciuto”.

Se Mosca poteva rinunciare alla tradizionale politica da grande potenza, lo stesso poteva fare anche il resto del mondo. “L’era della geopolitica ha lasciato il posto a una nuova era, che potremmo chiamare della geoeconomia” scrisse Martin Walker nel 1996. “I nuovi simboli di virilità sono il volume delle esportazioni, la produttività e i tassi di crescita, e i grandi avvenimenti internazionali sono i patti commerciali delle superpotenze economiche.”.

La competizione fra le nazioni poteva benissimo continuare, ma sarebbe stata una pacifica concorrenza commerciale. Paesi che intrattenevano reciproci rapporti d’affari difficilmente sarebbero entrati in conflitto fra loro. Società fondate in misura sempre maggiore sul commercio sarebbero state più liberali sia in patria sia all’estero. I loro cittadini avrebbero cercato la prosperità e il confort, abbandonando le ataviche passioni, le lotte per l’onore e la gloria, e gli odi tribali che sono stati all’origine di tutti i conflitti della storia.

Gli antichi greci pensavano che della natura umana facesse parte un elemento chiamato thumos, una sorta di vigore e di ferocia in difesa del clan, della tribù, della città o dello stato. Secondo la visione illuministica, però, il commercio avrebbe addomesticato e forse persino neutralizzato il thumos presente negli individui e nelle nazioni. “Dove c’è commercio”, scrisse Montesquieu, “ci sono buone maniere e principi morali”.

La natura umana poteva essere migliorata attraverso efficaci strutture internazionali, giuste politiche e adeguati sistemi economici. La democrazia liberale non soltanto teneva a freno gli istinti umani tendenti all’aggressività e alla violenza, ma era anche in grado, secondo Fukuyama, di trasformarli completamente.

Lo scontro fra i tradizionali interessi nazionali, quindi, era ormai cosa del passato. L’Unione Europea, secondo lo studioso di scienze politiche Michael Mandelbaum, era il semplice preannuncio di come sarebbe stato organizzato il mondo del XXI secolo. G. John Ikenberry, studioso di affari internazionali di ispirazione liberal, immaginò un’epoca post guerra fredda in cui “la democrazia e i mercati fioriscono in tutto il pianeta, la globalizzazione si afferma come una forza storica progressista e ideologie, nazionalismi e conflitti armati battono in ritirata”. Insomma, il trionfo della “visione liberale dell’ordine internazionale”.

Nel nuovo ordine mondiale, come affermò il vicesegretario di stato Strobe Talbott, gli Stati Uniti avrebbero definito “la loro forza – anzi, la loro stessa grandezza – non nei termini della capacità di ottenere e mantenere il predominio su altri paesi, bensì nei termini della capacità di collaborare con gli altri nell’interesse di tutta la comunità internazionale”.

Mentre gli americani vedevano nel nuovo ordine mondiale una riaffermazione dell’immagine che avevano del loro paese, gli europei credevano che quell’ordine sarebbe stato organizzato secondo il modello dell’Unione Europea. Come disse lo studioso e diplomatico Robert Coopert, l’Europa stava guidando il mondo verso un’era postmoderna, nella quale i tradizionali interessi e le consuete politiche di potenza avrebbero lasciato il posto al diritto internazionale, a istituzioni sovranazionali e a una sovranità congiunta. Le divisioni culturali, etniche e nazionali che avevano lacerato l’umanità, e l’Europa, sarebbero state cancellate dai valori condivisi e dai comuni interessi economici.

(…) proprio mentre nascevano queste grandi speranze, all’orizzonte già si profilavano nubi oscure, segnali di divergenza globale, di ostinate tradizioni di cultura, civiltà, religione e nazionalismo che continuavano a resistere o che si incuneavano a scardinare il comune abbraccio del liberalismo democratico e del capitalismo di mercato. I presupposti basilari degli anni immediatamente successivi alla fine della guerra fredda sono andati in frantumi quasi nello stesso momento in cui sono stati concepiti.

 

Avoiding war: Containment, competition, and cooperation in U.S.-China relations by David Dollar, Ryan Hass, Robert Kagan, Kenneth G. Lieberthal, Cheng Li, Mira Rapp-Hooper, Jonathan Stromseth, Bruce Jones, Tarun Chhabra, Brookings

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